mercoledì 22 aprile 2015

La luna e i falò



La luna e i falò, Cesare Pavese (1950)

“La luna è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere.
Tanto che credo che per un pezzo, forse sempre, non farò più altro.
Non conviene tentare troppo gli dei”.

Questo è l’ultimo romanzo di Pavese, il più intenso e simbolico, dove il passato si intreccia con il presente, i ricordi dell’infanzia con la cruda realtà e la disillusione, l’amara certezza di non appartenere a nessun luogo. La luna che scandisce il ritmo delle stagioni e della campagna immutabile, i falò dell’infanzia, delle notti contadine, magici, rituali, mitici e i falò dell’età adulta, della violenza atroce, il fuoco che distrugge, annienta, purifica, rigenera. La ricerca delle proprie fragili radici, la malinconia, la nostalgia, l’amicizia, la disillusione, la resistenza, il mondo contadino e i suoi riti, affiorano in questo romanzo dallo stile asciutto, scarno, essenziale e un linguaggio semplice e colloquiale, vicino al dialetto e alla lingua parlata dagli umili.

“L’orfano, il bastardo, che sa la miseria contadina e l’allegria delle povere feste paesane; e che ha fuggito, da grande, le sue valli per il mondo vasto, l’America, e ritorna e ritrova il suo paese, eguale nella immobilità delle stagioni ma mutato per una generazione sparita, per le morti e le stragi; e di queste gli si fa storico un amico rimasto, un altro se stesso che non è partito, che in sé porta volontà di intendere e cambiare il mondo e senso di un fato, di una realtà irrazionale(l’influenza della luna, i roghi benefici…)”
(Franco Fortini)

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.

Sembrava che tutta la pianura fosse un campo di battaglia, o un cortile. C'era una luce rossastra, scesi fuori intirizzito e scassato; tra le nuvole basse era spuntata una fetta di luna che pareva una ferita di coltello e insanguinava la pianura. Rimasi a guardarla un pezzo. Mi fece davvero spavento.

E quando aveva detto una cosa finiva: 'Se sbaglio, correggimi'. Fu così che cominciai a capire che non si parla solamente per parlare, per dire 'ho fatto questo' 'ho fatto quello' 'ho mangiato e bevuto', ma si parla per farsi un'idea, per capire come va questo mondo.

Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci.”


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