lunedì 31 agosto 2015

Guida astrologica per cuori infranti

Guida astrologica per cuori infranti, Silvia Zucca

"Quanto sono taglienti gli oggetti quotidiani con l'assenza. Sono sola. Non c'è astrologia che tenga, non troverò mai qualcuno che voglia costruire con me più di un castello di carte. Solo nei film succede che qualcuno dica "tu mi piaci da morire, Bridget, così come sei" (...) Sono stanca. Stanca di crederci. Stanca di essere delusa. Sono stanca di soffrire. Sono stanca di ricostruirmi, ogni volta, daccapo. Sono stanca di essere forte. Sono stanca che mi si dica che sono forte, come un alibi per trattarmi male. Non ne posso più. Non ci credo più".

Cercavo un libro semplice, divertente e di facile lettura, nessun dramma, nessuna tragedia, nessuno che vuole suicidarsi, ma una bella storia d'amore di quelle che, senza pensare troppo, ti fanno sognare per qualche ora con gli occhi a cuoricino, della serie non è vero ma ci voglio credere. L’idea di fondo è simpatica e originale, ma le numerose pagine e le vicende a tratti inverosimili rendono il libro noioso dopo un po’ e soprattutto la protagonista non è poi così sfortunata in amore, tutt'altro! Incontra casualmente il brillante dirigente, alias tagliatore di teste sosia di Richard Gere, bello, tenebroso e motorizzato, ci fosse mai uno che guida l'ape car... Riccioli al vento, giacca di pelle nera da vero uomo che non deve chiedere mai (ma che poi cos'è questo fantomatico odore di cuoio che fa partire l'ormone???) e il bel tenebroso si innamora di lei, cosa prevedibilissima che si intuisce già dopo il primo capitolo, insomma considerando la tematica esigua 400 e più pagine mi sembrano eccessive, come a voler allungare troppo il brodo, non è mica l’Odissea.
Ma soprattutto questo libro mi ha delusa perché  non mi ha tirato su per niente il morale, la protagonista NON è "sfigata" in amore, è fortunatissima, se c'è una concorrente, vincitrice assoluta e medaglia d'oro delle Zitelliadi, quella sono io.

mercoledì 26 agosto 2015

Esche vive, Versilia rock city



Esche vive, Versilia rock city, F. Genovesi


Una scrittura semplice, frizzante e vivace, divertente e malinconica, imperfetta così come le storie narrate, dove i protagonisti sono personaggi bizzarri e strampalati con una vita incasinata e scombinata, con i loro mille difetti e imperfezioni.
Ho trovato questi due libri piacevoli, scorrevoli, hanno alleggerito di molto giornate pesanti e difficili, li ho bevuti tutti d’un fiato, anche se il mio libro preferito resta chi manda le onde, gli altri li ho trovati meno coinvolgenti ed emozionanti.

Esche vive ambientato in paesino sperduto della provincia toscana, Muglione, tra campi incolti e fossi, racconta le vicende di Fiorenzo, un ragazzo di 19 anni con due passioni grandi, la pesca e il rock, che è cresciuto in fretta imparando a sue spese che spesso”quello che manca conta molto di più di quello che c’è”, di un campioncino geniale che in bicicletta corre fortissimo ma nella vita quotidiana è indifeso ed emarginato dai compagni che lo prendono in giro, di Tiziana che ha 30 anni, gestisce un informavecchi e pensa di aver sbagliato tutto nella vita e di una passione improbabile, assurda e travolgente, che va oltre l’età, l’esperienza, la ferrea razionalità. Perché se vuoi vivere davvero non puoi stare lì fermo e aspettare, nella vita come nella pesca l’esca è importante perché “qualcosa devi mettere in gioco, sennò non ha senso giocare”, mettersi in gioco nel fiume della vita e degli eventi imprevedibili che ci travolgono, ci saltano addosso e ci lasciano poi lì vivi, disorientati e confusi, ma ancora a galla.

Versilia rock city è la città delle vacanze, delle feste, dei ricconi, del mare estivo, che d’inverno si spoglia e si svuota, dove quattro anime smarrite cercano di sopravvivere.
 Mario ex dj famoso negli anni novanta, che vive chiuso in casa da anni tra pc e ansiolitici, Renato il primo della classe, che si è laureato in informatica per far piacere alla madre e ora organizza viaggi esotici in località da sogno per chi non può permettersi altro lusso che quello di una sfrenata fantasia, Nello eccentrico e strambo, con un passato difficile alle spalle, tra droga e violenza e un sogno da pirata e Roberta, avvocato rampante che non riesce a provare alcuna emozione, ha il cuore ghiacciato e vuole vivere prima che sia troppo tardi.
Questo libro mi ha convinto meno, l'impianto narrativo mi è sembrato debole e incoerente, un puzzle dove i pezzi non si incastrano bene e restano slegati e confusi.
Spesso leggo commenti negativi su questi libri perché racconterebbero storie inverosimili di poveri sfigati, che poi è anche il motivo per cui li amo, personaggi sfigati sì, non di successo, non bellissimi intelligentissimi brillantissimi, privi di odiosi e inutili issimi, ma assurdi, a tratti imbarazzanti e quasi ridicoli, confusi e disarmati dalla vita, forse un po’scemi ma tremendamente veri, bisognosi di tutto, così vicini a noi, umani e meravigliosamente imperfetti, con una speranza e la voglia di lottare e sopravvivere nel caos, malgrado tutto.
E allora ben vengano, io sto dalla loro parte.
 

domenica 16 agosto 2015

La grammatica di Dio, Margherita Dolcevita, Saltatempo, Stefano Benni



Avevo letto tempo fa  Achille piè veloce, libro che mi aveva colpito molto e sull’onda dell'entusiasmo ho deciso di leggere altri libri targati Benni, che mi sono piaciuti meno, anche se lo stile di questo scrittore è sempre inconfondibile, ironia sarcastica e graffiante, buffi neologismi, personaggi molteplici e bizzarri, sfrenata fantasia.
La grammatica di Dio è una raccolta di 25 racconti brevi e scorrevoli, di facile lettura, storie “di solitudine e allegria”, dietro il sorriso ironico affiora una feroce malinconia e lo spettro terribile della solitudine e del vuoto. La risata diventa amara e l’epilogo spesso si tinge di nero.
Frate zitto è il racconto più intensamente poetico e fornisce forse la chiave di lettura dell’intero libro, altri racconti sono più scanzonati e divertenti, altri mi sono sembrati banali e a tratti noiosi.
“Infinito lo sciame degli dei, infinita la loro bellezza che vola e morde”.

Margherita Dolcevita racconta la storia di  una ragazzina sensibile e intelligente, dai capelli ricci come fusilli e il cuore un po’ difettoso che vive con la sua stramba famiglia in una casa di periferia immersa nella natura. Ma presto l’armonia sarà minacciata dall’arrivo dei misteriosi vicini, che abitano in uno strano cubo nero super tecnologico, respirano aria purificata, odiano la polvere e ogni forma di diversità e oscurano le stelle con la loro mefitica presenza.
Il libro è una critica impietosa ai mali che affliggono la società contemporanea, dal consumismo, all’inquinamento, al traffico di armi, all’omologazione dei cervelli.
Divertente e malinconico, si legge in poche ore e lascia con il fiato sospeso fino all’imprevedibile finale.

Saltatempo grazie a un orobilogio dono di una strampalata divinità, riesce a “saltare nel tempo”, prevedendo eventi futuri, dialogando con la madre scomparsa e molto altro ancora. Il libro racconta la sua storia dall’infanzia tra i boschi con il padre fino agli anni del liceo, i primi amori, la lotta studentesca, sullo sfondo il 68 e i drammatici avvenimenti che sconvolgono la tranquillità di un paese immerso nella natura.
Anche qui è evidente una critica profonda verso chi distrugge per soldi e interesse gli equilibri della natura, portando corruzione e morte,  una forte accusa a un sistema politico corrotto segnato da mal governo e ingiustizia. Seguiamo negli anni le avventure del protagonista e dei suoi amici tra sorrisi e lacrime, disillusione e amarezza.
Una scrittura piacevole, fantasiosa e arguta volta  alla riflessione critica intelligente.
 


domenica 2 agosto 2015

Tutta la luce che non vediamo



Tutta la luce che non vediamo, Anthony Doerr

“Toccare veramente qualcosa, significa amarlo”.

1934 Marie-Laure vive a Parigi con il suo papà, è  una bambina dalla pelle candida, con i capelli rossi e le efelidi, ha perso la vista a sei anni, ma vede e sente a suo modo il mondo, soprattutto i colori, attraverso gli altri sensi. Costretti a fuggire dalla propria città  a causa dell’occupazione nazista  troveranno riparo a Saint-Malo presso la casa del bizzarro prozio Etienne uomo colto, che non esce di casa da anni, traumatizzato da un’altra guerra e assediato dai propri fantasmi.
Werner vive in un orfanotrofio in Germania  insieme alla sorellina Jutta, ama la radio e la scienza e grazie a questa sua passione riuscirà a sfuggire al duro lavoro in miniera e a entrare  presso l’accademia della gioventù hitleriana. Crescendo i loro destini finiranno per incrociarsi inevitabilmente, mentre infuria la guerra e il mostro nazista avanza.
Ambientato durante la seconda guerra mondiale questo romanzo è suddiviso in capitoli brevi che scandiscono la narrazione con uno stile terso e curato nei minimi dettagli, ogni capitolo è un piccolo gioiello. Ma al di là dell’impianto narrativo di cui non  anticipo altro, tutto il libro oscilla tra buio e luce.
 Il buio dell’anima di un ragazzino (Werner) cresciuto a due passi dalle miniere che hanno inghiottito per sempre  nelle viscere della terra  il padre, il buio degli occhi di una bambina di sei anni (Marie-Laure) quando all’improvviso il mondo si spegne e diventa un’enorme ombra nera, il buio della distruzione, della violenza disumana che spegne intelligenza  e sogni (Friedrich), dell’odio razziale, della follia della guerra, della propaganda ottusa.
E poi la luce della vita che va avanti malgrado tutto perché “la disperazione non dura e i malefici non esistono”, la luce di una ragazzina che continua a vedere il mondo a colori, lo sente lo tocca lo respira, lo trasforma in odori, profumi, suoni, “una ragazzina smilza e sveglia e dentro il petto le pulsa qualcosa di enorme, qualcosa di infinitamente desideroso, qualcosa d’intrepido”.
La luce  della passione per i libri  e per la scienza, la luce della mente, dell’amore indissolubile  di un padre per la figlia e di due fratelli, dell’immaginazione, libera e inviolabile, della fantasia che corre lontano, del dubbio critico  che si insinua dietro l’indottrinamento forzato, del “non lo faccio”, dell’abisso nero che si svela, la luce del sapere  e del progresso che apriranno le porte del futuro, la luce invisibile  che  forse riuscirà a liberarci dopo tanto orrore.
Quella  luce che non vediamo, ma che è lì dentro di noi, che ci avvolge e ci salva, se soltanto troviamo il coraggio di “aprire  gli occhi prima che si chiudano per sempre”, il coraggio di vivere.
Un libro delicato, poetico, splendido.

“Di martedì il museo è chiuso. Marie-Laure e suo padre dormono fino a tardi; bevono il caffè denso di zucchero. Fanno una passeggiata al Panthèon, o al mercato dei fiori, o lungo la Senna. Ogni tanto vanno in libreria. Lui le ravvia i capelli dietro le orecchie; se la fa dondolare sopra la testa. Le dice che è il suo émerveillement. Le dice che non la lascerà mai, mai nella vita.”

“Il mondo gira e rimbomba. Corvi che gridano, freni che sibilano(…) Marie-Laure strascica i piedi finchè la punta del bastone galleggia nello spazio. Il cordolo di un marciapiede? Uno stagno, una scala, un dirupo? Si gira di novanta gradi. Fa tre passi avanti. Adesso il bastone trova la base di un muro. “Papà…”
“Sono qui.”
Sei passi sette passi otto. Un boato di rumore(…) Marie-Laure lascia cadere il bastone; si mette a piangere. Suo padre la prende in braccio, se la stringe al torace scarno.
“E’ troppo grande “mormora lei.
“Ma tu puoi farcela, Marie.”

Marie-Laure  segue cavi e tubature, funi e ringhiere, siepi e marciapiedi. Coglie la gente di sorpresa. Non sa mai se la luce è accesa o spenta.
I bambini che incontra traboccano di domande : fa male? Per dormire li chiudi, gli occhi? Come fai a sapere che ore sono?
Non fa male, spiega lei. E non è un buio, non come lo immaginano loro. Tutto è fatto di tele e reticoli e terremoti di suoni e consistenze(…)
Il colore, un’altra cosa che la gente non si aspetta. Nella sua fantasia, nei suoi sogni, è tutto colorato. I fabbricati del museo sono beige, castagna, nocciola. Gli scienziati sono lilla e giallo limone e rosso volpe. Gli accordi di pianoforte gettano neri densi e azzurri complicati lungo il corridoio, suo padre emana migliaia di colori.

Lei si sdraia. Lui si accende un’altra sigaretta. Gliene restano sei. I pipistrelli si fiondano in picchiata dentro nugoli di moscerini, e gli insetti si disperdono e poi tornano in formazione.
Siamo topi, pensa lui, e il cielo brulica di falchi.

 

domenica 19 luglio 2015

Achille piè veloce


Achille piè veloce, Stefano Benni (2003)

“Ridere dei piccoli dolori è il sollievo dei deboli. Ridere sull'abisso è proprio degli eroi"

La storia di una amicizia unica e speciale, di Ulisse e Achille, due semplici e straordinari eroi del quotidiano.
Ulisse, Lello per gli amici è uno scrittore in piena crisi  creativa, ha pubblicato soltanto un libro, lavora come lettore editoriale presso una piccola casa editrice sull’orlo del fallimento, viaggia ogni giorno su un dragobruco e porta sempre con sé i suoi amati odiati “scrittodattili, dato che scrivere è ormai operazione da dinosauri”. Ulisse poligamo politropo ama Pilar-Penolope, una bellissima ragazza creola col permesso di soggiorno scaduto, che da anni tesse e disfa la sua tesi di laurea sui murales, sta per perdere il lavoro e qualche volta fa la cubista per arrotondare. E poi c’è Achille, il vero eroe e protagonista assoluto del romanzo, fantasia sfrenata e talento creativo,”voce roca e cavernosa”, irriverente, ironico e fuori dagli schemi,  conduce una esistenza  immobile nel  buio della sua stanza, comunicando attraverso un computer a causa di una grave malformazione. Achille con Xanto che a volte impazzisce e gli fa i dispetti, vive in una solitudine senza porte ma ama ridere e scrivere, nonostante tutto.
 “Achille ha la tragedia come destino. Mia madre mi bagnò nella vasca sbagliata. Sono invulnerabile solo nel tallone. Ulisse ha per destino l’avventura e incontrare mostri.”
Un' amicizia che cambierà la loro vita, perché entrambi hanno bisogno dell’altro.
Achille  ha bisogno di Ulisse “perché ha le parole, ma non il mondo” e Ulisse ha bisogno di Achille perché forse ha il mondo, ma non ha più parole. Achille  gli dà forza per opporsi “ a qualcosa di cupo e mortifero”, non gli offre certezze o risposte, ma gli “ regala nuove importanti domande”.
Intorno a questi moderni eroi dei nostri tempi navigano  una miriade di personaggi strambi, buffi e terribili, Vulcano il titolare squattrinato della casa editrice, l’ammaliante segretaria Circe, il perfido Febo, fratello di Achille, la tenera madre.
 Un libro ricco di brillante umorismo, ironia tagliente, divertenti neologismi, ma anche malinconico, commovente, intelligente, mai scontato o retorico, che ha come protagonista l’umanità fragile, forte e imperfetta  di due piccoli grandi coraggiosi eroi moderni che lottano contro una realtà quotidiana difficile  e mostruosa.

"Cosa succede alle persone cosiddette normali quando incontrano di colpo un matto che urla, o le investe di un delirio incomprensibile? Quando vedono qualcuno crollato a terra, o inchiodato da uno spasmo sui gradini di una chiesa? Dopo l'incontro restano immobili, con un'espressione di disagio, di paura o di stordimento. Ma il loro volto è cambiato, è come se fossero state fotografate da una luce accecante, scuotono la testa, parlano da sole, per un attimo anche la loro normalità sembra incrinata. Cos'hanno visto nel lampo di quella luce, quale paesaggio, quale specchio, quale verità insostenibile che dimenticheranno subito dopo, ma la cui immagine resterà per sempre, in qualche recesso buio del loro cuore, nella biblioteca in fiamme della loro vita?"

"Lei fa tutto "quasi"? Anch'io. Ma nel mio "quasi" c'è un'impossibilità, nel suo c'è una scelta, una noia, un'insufficienza. Lei è qualche volta "quasi" solo?”
-Proprio così
Io no. Io sono solo in modo diverso da lei. Lei vaga in una grande stanza con una porta in fondo, l’uscita dalla sua solitudine. Qualche volta vede la porta ma fa finta di niente, continua a vagare e lamentarsi e dire a se stesso, sarò sempre solo.
Io invece vago in una stanza senza porte. Posso tutt’al più sognare una porta".

"Siamo uguuaili, nel bene e nel male.
Okay, disse Ulisse, siamo uguu-ailiiii.”
Achille rise, di una risata faticosa che gli spezzava il respiro. Infantile, inattesa, contagiosa.
Chiuse gli occhi e per la prima volta Ulisse riuscì a comporre insieme i lineamenti, ad avere il coraggio di guardare le orecchie attaccate alle tempie, le labbra sghembe.
Il mostro si dissolse in un volto, un volto mai visto prima".

"Sai cos’è un amico? Uno che non ti vede come un rosario su cui sgranare le proprie assoluzioni, ma come qualcosa di complicato e doloroso, che cammina insieme a te, qualcosa che non capisci mai fino in fondo e che ti invade.
Mentre tu parli io mi alzo da quella sedia e vado a vedere il mondo. Mentre io parlo  tu ti siedi e scopri che sei muto e senza fiato, con la testa inchiodata e le mani incapaci di parare i colpi. Poi la vita ci darà strade diverse. Tu prenderai tutta la gioia che puoi, io mi accontenterò di sognare a una finestra, tu soffrirai per piccoli grandi dolori, io ti invidierò per questo. Il luogo ove si incontrano la nostra amicizia e la nostra invidia è un luogo raro, e basterebbe che tu lo ricordassi sempre perché io sia, una volta per tutte, rispettato".


"Hai un nome a cui rispondi, il nome con cui ti chiamano gli uomini. Ma qual è il nome del tuo mistero, il nome a cui rispondono i tuoi ricordi, le tue paure, la tua ispirazione? Credi che ci sia una parola che può descrivere tutto questo? Non c'è: se ci fosse, sarebbe il nome del tuo buio.. Quanti libri nascosti nel silenzio di chi vive immobile, muto, cieco. Avresti mai detto che dietro una brutta copertina, in una testa così mal costruita ci fosse l'ordine e il disordine di una storia? Non ci accorgiamo mai che c'è una pagina nel libro che non riusciamo a capire, la più bianca, la più inutile, che è invece quella per cui tutto è stato scritto. Perché non riusciamo a vederla?"

"Quanti cristi inchiodati a una sedia o a un letto la gente scavalca, per inchinarsi a un cristo di legno. Quanti sacrifici dimenticati, per ricordarne uno. Se mi facessero entrare in una chiesa, griderei: smettete di guardare quell'altare vuoto. Adoratevi l'un l'altro."

 "Soldi, dracme, sesterzi, e collane di conchiglie per me. Gioia, meno di quanto vorrei e di quanto avrei bisogno. E dentro questa gioia, ogni volta, ostacoli e battaglie e solitudine, pagine stracciate e buttate via. Ma ora la gioia è qui, tu l’hai procurata perché io potessi viverla e dimenticarti. Vuoi vedere se ho capito la lezione, Achille? Se ho imparato a camminare a occhi aperti, se rispetterò sempre il silenzio immobile dietro cui nascono libri meravigliosi, che nessuno scoprirà mai?(…)
Il mondo fuori dalla finestra gli apparve sospeso nello spazio, piccola isola scomparsa da ogni mappa, col nome inghiottito dal buio. La gente camminava  in fretta, a occhi chiusi, su ponti instabili e nebbiosi, sui marciapiedi gelati, nel lamento dei clacson che saliva al cielo avvelenato. Tutto gli sembrò difficile, disperato, doloroso.
Era ancora  viaggio, ancora guerra.
Ama il tuo respiro. Con la spada di una matita. Chiuse gli occhi".


sabato 11 luglio 2015

Chi manda le onde



Chi manda le onde, Fabio Genovesi

“Sai Luna, mi sa che a questo mondo, se vuoi piacere alla gente, devi essere grigio come loro.
Noi non siamo grigi, e ce la fanno pagare ogni giorno”.

Le onde del mare che portano a riva misteriosi regali venuti da lontano che una bambina raccoglie e custodisce nella sua camera. Le onde della vita che travolgono e sconvolgono, rimescolando le carte del destino, quando sei lì felice e spensierata e accade l’imprevisto, il dolore ti afferra alla gola e ti toglie il respiro.
Le onde della passione che ti fanno tremare il cuore, quando arriva “quel tempo senza tempo che dà un senso a tutto e giustifica tutto il resto”. In questo libro si alternano i punti di vista dei vari personaggi, unici, speciali, eccentrici, irriverenti, imperfetti, buffi, incasinati, diversi e splendidi.
Un arcobaleno di colori folli in un mondo grigio e squallido.
Luna la bambina albina dalla pelle candida che ama il mare e si pone mille domande.
Luca bello come il sole, intelligente e libero, che strega i cuori di tutte le ragazze e ama surfare.
Zot, il bambino venuto da Chernobyl che parla il linguaggio curato e perfetto di un adulto, col suo cappotto da vecchio, la fisarmonica stonata e il cappello di paglia.
Il nonno bagnino, comico e verace. Sandro il prof, lavoro precario, vita precaria, che vive con i genitori e ama Serena, bellissima “ due occhi struccati eppure stupendi dopo una giornata di lavoro, che da soli sculacciano l’intera industria dei cosmetici e della moda,” ribelle e chiusa nel proprio dolore.
Personaggi fuori dagli schemi e un po’ strambi, come gli alberi storti, nodosi e sbilenchi del bosco della “casa dei fantasmi”,”che si reggono l’uno all’altro e stanno ancora in piedi anche dopo i temporali”.
Perché il segreto per sopravvivere e andare avanti nonostante le tempeste della vita è tutto qui, reggersi l’un l’altro, tenendo gli occhi rivolti alle cose in arrivo, seguendo la corrente.
Un libro dal linguaggio semplice e scorrevole, la lingua imperfetta parlata quotidianamente, un libro divertente, brioso, ironico, malinconico.
Mi è piaciuto molto perché mi ha fatto ridere e anche piangere a pagina 99 per l’esattezza, quando tutto sembra andare per il meglio “e invece”.
E se un libro riesce a disarmarmi a tal punto, vuol dire che sa toccare le corde giuste e per me vale qualcosa.
Storie di vita incasinata e scombinata, di dolore, amore, smarrimento, paure, pensieri, inquietudine, confusione, emozioni.
Un libro che si legge tutto d’un fiato, che è come una brezza leggera, di quelle che soffiano sulla riva del mare, quando sei lì tra blu e orizzonte sconfinato e osservi le onde spumeggianti e bianche che si infrangono sulla battigia, imprevedibili, ribelli, bellissime, caotiche, veloci, pazze, libere, indomabili, eternamente uguali e diverse, e poi all’improvviso trattieni il fiato e ti tuffi in quel caldo abbraccio, che è come una carezza.
Le onde del mare, le onde della vita.

“Ogni colpo è più forte e profondo, un passo in là verso un mondo dove non ha più senso chi sei, cosa vuoi, cosa è giusto e cosa no. E avanti così, e ancora, e ancora, per il tempo senza tempo delle cose che danno senso a tutto, e uno si sveglia ogni giorno e si veste e si pettina ed esce di casa, perché sa che ogni tanto, nei giorni sempre uguali, a sorpresa si infila un pezzetto di questo tempo qua, e giustifica tutto il resto. E tutto il resto è la spiaggia, la sabbia sotto le ginocchia, la gonna un po’ strappata da una parte, il suo respiro sul collo che sa di fumo e forse anche di pino, di quella resina trasparente appiccicosa e dolcissima, che una volta che ti si incolla alla pelle non se ne va più.”

"Il suono distorto di una chitarra elettrica a tutto volume, questa è la grande linea divisoria, il colpo di mannaia che separa in due l'umanità. Sei miliardi abbondanti di persone, mille colori e mille lingue e mille pettinature diverse si possono distinguere velocemente in due soli gruppi: quelli che adorano il suono di una chitarra elettrica distorta e quelli che lo detestano. Non ci sono vie di mezzo, non esiste gente che ascolta un assolo di fuoco e resta lì tiepida e indifferente.
Lui adora la chitarra elettrica, è il suono della vita, così forte e così strano, pieno di melodia e insieme di fischi, roba magnetica che si avvolge alle note, e voglia e rabbia e fughe, sbagli e schizzi e tanto casino, tutto mescolato insieme e infilato di forza in un pezzo di legno con sei corde tirate sopra e sparato nell'aria a tutta potenza."

"Te l'avessero chiesto prima, cos'è il dolore, avresti detto che è una belva malefica, che ti salta addosso e ti graffia, ti morde, ti squarta. E avresti detto una cazzata. Perché questo non è il dolore, Serena, questo al massimo è il mostro di un film dell'orrore. Ma cosa ne potevi sapere. Di film ne hai visti un sacco, invece il dolore vero non l'avevi provato mai. Ora ha riempito la tua vita. Anzi, no, una vita non ce l'hai più, adesso il dolore è la tua vita, e hai capito che non ti salta addosso come una belva, il dolore non ha fretta. Arriva piano, tanto che per un po' ti guardi intorno e non capisci, cominci a pensare "ma insomma dov'è?". E lui intanto si avvicina, si avvicina e sale, e quando ti arriva addosso è così enorme che non puoi scappare. Non arriva da un punto preciso, ti sta tutto intorno come il mare quando è mosso, un mare profondo e buio e pieno di onde altissime che arrivano da tutte le parti (...)"

"La vita è un temporale, è una burrasca. E' una tempesta di schiaffi, con dentro ogni tanto, per sbaglio, una carezza."
"Si nonno, però..." fa Zot. "Però secondo me l'importante è non abituarsi mai a questi schiaffi.
Non giungere al punto in cui il nostro viso diventa insensibile, perché poi quando finalmente arriva quella carezza meravigliosa, ecco, dobbiamo sentirla bene e godercela fino in fondo".





sabato 4 luglio 2015

I miei piccoli dispiaceri



I miei piccoli dispiaceri, Miriam Toews

“I libri sono quello che ci salva. I libri sono quello che non ci salva.”

Uno dei legami più profondi e indissolubili è quello che si crea tra sorelle, un legame indistruttibile fatto di amore, complicità, tenerezza, litigi, incomprensioni, affetto puro e assoluto.
Una sorella con cui giocare da bambina, combinare disastri da adolescente, alla quale racconti  tutto ma proprio tutto perché sai che è tua complice, che mai e poi mai ti giudicherà, la tua migliore amica, quella che ti mancherà quando la vita prenderà inevitabilmente strade diverse, il tuo specchio, l’altra te.
Questo libro racconta la storia di una famiglia, ma soprattutto di due sorelle, diverse come il sole e la luna, legate indissolubilmente. Elf e Yoli. Elf  dai capelli neri, dalla risata scoppiettante “una sfida al mondo perché venisse a prenderla se ne aveva il coraggio”, la pianista geniale che commuove con la sua musica struggente, appassionata e ribelle, fragile, inquieta, che sembra avere tutto quello che si può desiderare dalla vita, Elf che ama la poesia, sfida le regole della rigida comunità mennonita nella quale vive, che vuole morire. 
 Yoli incasinata tra figli, ex mariti, divorzio in corso, che si porta dietro in un sacchetto il suo romanzo che prima o poi concluderà, che ama la vita e non si arrende, che lotta con tutte le sue forze affinché Elf viva.
E poi quella richiesta assurda e feroce, che annienta chi ti ama. Questo libro affronta con brio e ironia tematiche drammatiche, il male di vivere, la fatica e l’ansia del quotidiano, l’ombra buia  che vela un'esistenza apparentemente perfetta, la solitudine, l’impulso distruttivo che si annida spesso in fondo all’anima.
Ma soprattutto parla di vita, di amore, di  legami fortissimi, delle piccole grandi cose che compongono l’esistenza umana.
Un libro tenero ed emozionante, che ti strappa un sorriso e qualche lacrima, un libro attraverso il quale la scrittrice racconta un dolore che le è  familiare, la scelta estrema del padre e della sorella, esorcizzandolo attraverso la sua limpida scrittura.

“Elf mi dice che dentro di sè ha un pianoforte di vetro. Ed è terrorizzata all’idea che possa rompersi. Non può permettersi che si rompa. Mi dice che è schiacciato sotto la parte destra del suo stomaco, che a tratti sente gli spigoli duri premerle contro la pelle, che teme possa trafiggerla, e di morire dissanguata. Ma più di tutto la terrorizza l’idea che si possa rompere dentro di lei. Quando sente il rumore delle bottiglie gettate nel camion dei rifiuti, o uno scacciapensieri o perfino un certo tipo di uccelli cantare pensa immediatamente che sia il piano che si sta rompendo. Stamattina ho sentito una bambina ridere, dice, una ragazzina venuta a trovare suo padre, ma non sapevo fosse una risata, ho pensato a un rumore di vetro infranto e mi sono presa la pancia tra le mani pensando oh no, ci siamo”.

“Molti dei miei personaggi sono in cerca della libertà in un modo o nell’altro. Di solito è la semplice libertà da un controllo esterno che diventa poi il veicolo per orizzonti più ampi e lontani... Entrambi, la vita e il viaggio, richiedono fede, curiosità, coraggio e un intenso desiderio di essere liberi. Liberi dalla tirannia, dal potere senza autorevolezza, dalla meschinità di certi adulti, dalle convenzioni sociali e dalle nostre stesse paure e ansie”
 
(Miriam Toews)