martedì 24 ottobre 2017

La sala da ballo

La sala da ballo, Anna Hope

Ci sono fiori che spuntano in posti impensabili, agli angoli di strade polverose, nel cemento, nelle crepe dei muri, sopravvivendo in ambienti ostili, aridi e asfittici. Tenui e fragili, in balia di venti contrari e correnti resistono a tutto, deboli fiammelle nella notte più nera.
Nei primi del novecento tra boschi verdi e brughiera selvaggia il manicomio di Sharston racchiude e imprigiona dolori, frustrazioni, nevrosi, sogni spezzati, follie di uomini e donne comuni.
Ella, Clem, John, il dottor Fuller sono i protagonisti di questo romanzo, quello che accade lo vediamo attraverso i loro occhi. Ella una semplice filandaia che vuole vedere un pezzetto di cielo durante un turno di lavoro e si ritrova rinchiusa, John un uomo malinconico e sensibile dal passato doloroso, Clem una ragazza agiata che ama i libri, che sa rendersi invisibile e farsi del male, sfogando sul proprio corpo l'infelicità muta e senza nome che si porta dentro. E infine il dottor Fuller medico appassionato di eugenetica e violino, che crede nel potere terapeutico della musica e della danza. Un personaggio irrisolto, frustrato, che subirà una vera e propria metamorfosi nel corso del libro.
E' proprio grazie a lui che i pazienti avranno l'occasione di danzare una volta a settimana nella sala da ballo, finalmente liberi di essere se stessi ed entrare in sintonia con l'altro. Proprio durante un ballo nascerà un amore fatto di sguardi, lettere, piccoli regali inattesi, un fiore selvatico, una foglia, una piuma, timide attese e coraggiose promesse.
Un libro scorrevole, di agevole lettura, che cattura l'attenzione del lettore con il susseguirsi rapido degli avvenimenti, che cerca di indagare nella mente e nell'anima dei suoi protagonisti, mettendo in luce ombre paure inquietudini.
Manca tuttavia una seria introspezione psicologica dei personaggi, alcune dinamiche complesse potevano essere approfondite maggiormente, a volte è come se tutto fosse descritto in modo un po' superficiale. Mi aspettavo di più da questo libro, anche se nel complesso mi è piaciuto. Forse però alcuni aspetti potevano essere trattati con maggiore profondità.


"Lei il cielo voleva vederlo. E così il giorno prima, che sarebbe stato un giorno come tutti gli altri ma ormai non lo era più, Ella aveva fatto sgusciare da sotto i piedi una cesta di rocchetti vuoti, ne aveva preso uno e lo aveva scagliato verso la finestra più vicina. Il vetro opalino era andato in frantumi, e lei si era alzata ansimando, stordita dallo schiaffo d'aria fredda. Aveva intravisto l'orizzonte. La promessa scura e sinistra della brughiera."


 

La figlia del matematico

La figlia del matematico, Laura Kinsale

Lui il duca di Jervaulx, uomo appassionato, geniale matematico, tormentato, inquieto, ribelle, passionale, sorriso da pirata, occhi blu notte come un cielo in tempesta, messo a dura prova dalla vita. Un uomo che è passato dalla gioia più sfrenata al buio spaventoso, da tutto a niente in una manciata di minuti. Da un'esistenza agiata, ricca di divertimenti e passioni a una feroce solitudine, mortificato nell'anima e nel corpo, un fantasma muto e rabbioso, incattivito dal dolore e dalla disperazione.
Lei Maddy Timms totalmente diversa per credo religioso (è una quacchera) estrazione sociale, stile di vita austero.
Una ragazza forte, coraggiosa, devota, semplice e concreta, un'ancora di salvezza in un mondo che all'improvviso si capovolge e diventa un abisso infernale privo di significato.
Dal buio alla luce.
Una intensa storia d'amore di quelle super romantiche, che mi ha tenuta incollata alle pagine fino alla fine. Se avete sognato con l'orgoglioso signor Darcy o l'impetuoso Rochester, non potete non leggere questo libro.
Titolo originale "Flowers from the storm", che tradotto in italiano diventa "la figlia del matematico". Preferisco il titolo originale perché è una vera e propria tempesta quella che sconvolge la vita dei due protagonisti, legandoli indissolubilmente e costringendoli a fare i conti con quello che sono stati fino a quel momento e non saranno mai più. Se Christian dovrà imparare di nuovo tutto da zero, anche le cose più elementari, parlare, vestirsi, relazionarsi con gli altri, affrontando un mondo che improvvisamente sembra immenso e fa paura, riappropriandosi a poco a poco della propria vita, Maddy dovrà mettere in discussione tutto quello in cui ha sempre creduto e fare i conti con una parte sconosciuta di se stessa, quella che ama fortemente e appassionatamente.
Avvincente, scorrevole, ricco di dialoghi e descrizioni accurate, una lettura di pura e semplice evasione se si ha voglia di sognare a occhi aperti per un po'.
Una storia d'amore struggente e appassionata di sapore ottocentesco.
Ovviamente è un romanzo rosa, ci sono ruoli ben definiti, la donna "angelo", il duca ribelle, gli ostacoli da superare, però mi piace l'idea di fondo.
Questo amore che nasce tra mille difficoltà, che sopravvive a tutto, che deve fare i conti con la parte peggiore dell'altro, quella scomoda, brutta, oscura, con tutto quello che fa paura, che guarisce e porta in salvo, avvicinando due persone lontanissime e legandole per sempre. Quell'amore egoista che non fa respirare, di cui non puoi e non vuoi fare a meno, dell'anima e del corpo, che forse esiste solo nelle fiabe o nei libri.


"Pensi che sei una dolce timida piccola quacchera?" La risata scomposta che ebbe nel dire questo salì fino alle travi del soffitto.
"Ostinata... egoista... bugiarda caparbia per orgoglio! Non farò riverenza al re, dannazione!
Entrare nella cella di un pazzo... a testa alta... senza paura... avrei potuto ucciderti Maddy. Ucciderti cento volte.
"Era un Incarico" sussurrò lei.
"Era...tu" replicò Christian. "Tu... mi hai tolto di là (...)
Non perle, fiori...abiti da sera. Ti dono... quello che sono, e tutto quello che posso.
Ti dono...mia figlia...perché solo tu puoi insegnarle abbastanza coraggio... insegnarle a non curarsi...il disprezzo...quello che dicono. Solo tu... puoi insegnarle a...essere come te. Una duchessa. Una duchessa dentro!"

" Una stella che potevo solo guardare e ammirare. Tu hai percepito la mia vera natura e i miei desideri. Sono contenta che questa stella sia caduta, così posso tenerti tra le mie mani."

"Rovesci il mio mondo... sottosopra".

domenica 24 settembre 2017

Ballando a notte fonda

Ballando a notte fonda, Andre Dubus

L'ultima raccolta di racconti di Dubus, protagonisti sono uomini e donne che hanno ancora voglia di mettersi in gioco e sperare, nonostante gli errori, le cadute, la paura, le ferite del corpo e dell'anima che li hanno segnati ma non sconfitti. Una scrittura tersa ed evocativa, che si diffonde nell'aria e dentro di noi come musica. Tra le righe si svela la realtà quotidiana con le sue piccole gioie, forti delusioni, dolori che appartengono a un passato recente e infine l'attesa di qualcosa che arriverà malgrado tutto, un'epifania improvvisa nel cuore buio della notte che ha il sapore dell'alba.



 "Tutti, uomini e donne, si portano dietro una mutilazione. Se la sono procurata in guerra, o nel matrimonio, o durante l'infanzia. I più disperati sono quelli che stanno scontando i loro peccati e perciò vivono nel rimorso e non riescono a smettere di guardarsi indietro. Noi però li incontriamo quando tutto è già successo, e questo a me pare il più serio motivo per cui Dubus è sempre rimasto fedele alla forma racconto, che è una forma aperta e permette di cominciare dopo che una tragedia si è ormai consumata, lasciarla indietro, occuparsi piuttosto di ciò che rimane. A lui interessava quel dopo, l'altro paese in cui vivono i suoi personaggi smarriti, che hanno perso tutto o quasi.
Come si curano, o provano a curarsi questi uomini e queste donne? Di solito con un nuovo amore. Che è un amore guardingo e sospettoso. Naturale che non regga un amore così (...)
Se c'è chi scrive per turbare i giusti e chi per consolare gli afflitti e i peccatori, io direi che Dubus scriveva per dare coraggio a chi ha paura. A quelli terrorizzati da tutti gli sbagli che devono ancora fare. Ogni sua riga mi sembra piena di affetto verso di loro."
(Dalla prefazione di Paolo Cognetti)

"Dovrebbe essere così, pensò adesso, qualcosa di imprevedibile che giunge da fuori e ci riempie. Qualcosa che cambia il modo in cui vediamo ciò che vediamo. Qualcosa che ci permette di vedere ciò che non vediamo."
 

sabato 16 settembre 2017

Inganno

Inganno, Philip Roth

Lui, uno scrittore cinquantenne innamorato della propria arte. Lei, una giovane donna inglese in crisi, moglie insoddisfatta e infelice.
Un dialogo sussurrato tra due amanti in una stanza al riparo dal mondo.
Uno scrittore che ama ascoltare le parole delle donne, la loro voce, mentre si raccontano mettendo a nudo insicurezze, paure, tempestosi naufragi, ricomponendo poco a poco i frammenti della propria storia.
L'universo reale si intreccia con quello immaginato e sognato, i personaggi prendono forma e vita sulla carta. Essenziale, conciso, ironico, un dialogo a due voci che diventa un'intensa confessione a cuore aperto.

"La sindrome di Emma Bovary. Flaubert è una buona introduzione agli uomini, per una ragazza.
(...) Dicevo sempre ai miei studenti che non c'è bisogno di tre uomini per passare attraverso tutto il calvario che percorre lei. Di norma uno basta e avanza, sia nella parte di Rodolphe che in quella di Lèon e poi di Charles Bovary. Prima il rapimento e la passione. Tutti i voluttuosi peccati della carne. Sua schiava. Totalmente travolta. Dopo la torrida scena d'amore nel suo castello, passi il suo pettine tra i tuoi capelli eccetera. Un amore quasi insostenibile con l'uomo perfetto, che ha un modo meraviglioso di fare ogni cosa. Poi, col tempo, il fantastico amante si erode e si trasforma nell'amante di tutti i giorni, l'amante prosaico, e diventa un Lèon, nient'altro che uno scarpegrosse dopotutto.
Comincia la tirannia del reale.
- Cos'è uno scarpegrosse?
Uno zoticone. Un provinciale. Abbastanza carino, abbastanza attraente, ma non esattamente un uomo di valore, che sa tutto e in tutto è sublime. Un po' banalotto, capisci. Qualche pecca qua e là. Un po' stupido. Sempre ardente, qualche volta affascinante, ma, per dire la verità, un'anima un po' impiegatizia. E a questo punto, con o senza matrimonio (anche se il matrimonio accelera sempre il processo) colui che era Rodolphe e che è divenuto Lèon si trasforma in Bovary. Mette su peso. Si pulisce i denti con la lingua. Fa rumore quando manda giù la minestra. E' goffo, è ignorante, è rozzo, è irritante perfino a guardarlo dal didietro. All'inizio questo ti infastidisce, nulla più; alla fine ti fa impazzire. Il principe che ti ha salvato dalla tua squallida esistenza ora è il tanghero seduto al centro stesso della tua squallida esistenza. Noia, noia, noia. Finchè, la catastrofe. In un modo o nell'altro, qualunque sia il mestiere che fa, commette una cazzata spaventosa sul lavoro. Come il povero Charles con Hippolyte. L'ex uomo perfetto è uno spregevole fallito. Potresti ammazzarlo. La realtà ha trionfato sul sogno.
- E tu cosa pensi di essere per me?
- Attualmente? Direi qualcosa tra un Rodolphe e un Lèon. In lenta decadenza. No? Sulla strada che porta a Bovary.
- Sì. Ride. Più o meno sono d'accordo.
- Sì, qualcosa fra il desiderio e la disillusione, sul lungo declivio che conduce alla morte".

...

- Ti verso qualcosa da bere.
Ho davvero voglia di bere qualcosa. Mi sento proprio presa in mezzo.
- Fra cosa?
Fra l'incudine e te.

- Io ti ascolto tanto, sai.
Troppo. Perché poi?
- Che c'è?
Sto pensando che ti amo ancora.
- Davvero? Nonostante...?
Nonostante.

- Okay. Mi mancherai. Mi mancherai molto.
Anch'io ti penserò spesso.
- E' davvero un gran peccato per noi due.
Conosci quella poesia di Marvell?
- Quale poesia?
"Fu generato dal desiderio a dispetto dell'impossibilità". Quella poesia.
- Mi pareva che fosse " disperazione"... "generato dalla disperazione".
E' vero. E' stato così. Tutt'e due le cose.

...

Il mio amore è per nascita tanto raro
quanto strano ed elevato nel suo oggetto;
fu generato dalla Disperazione
congiunta con l’Impossibilità.
Solo la magnanima Disperazione
ha potuto svelarmi una cosa tanto divina,
laddove la flebile Speranza non riusciva a volare
ma batteva invano la sua ala appariscente.
E, tuttavia, io potrei velocemente arrivare
là dove la mia anima protesa in lei rimane fissa,
il Fato, però, incunea zeppe di ferro
e sempre si insinua in mezzo.
Perché il Fato, con occhio geloso, vede
due amori perfetti ma non li lascia congiungere;
la loro unione sarebbe la sua rovina
e invaliderebbe il suo potere tirannico.
E pertanto i suoi decreti d’acciaio
hanno posto noi come due poli lontani
(sebbene tutto l’universo amoroso ruoti intorno a noi)
destinati a non abbracciarsi mai per virtù propria
a meno che il vorticoso cielo non precipiti
e la terra non venga squarciata da una nuova convulsione;
e, perché noi possiamo congiungerci, il mondo intero dovrebbe
essere schiacciato in un planisfero.
Come le linee oblique anche gli amori imperfetti possono ben,
incontrarsi ad ogni angolo;
ma i nostri sentimenti d’amore, così perfettamente paralleli,
sebbene infiniti non potranno mai incontrarsi.
Perciò l’amore che così ci lega,
ma che il fato preclude con così tanta invidia,
è la congiunzione della mente
e l’opposizione delle stelle.

(Andrew Marvell)

lunedì 11 settembre 2017

.

Luna, avorio, strumenti musicali, rose,
lampade e il segno di Durer,
le nove cifre e lo sfuggente zero,
devo fingere che queste cose esistano.
Devo fingere che nel passato c’erano...
Persepoli e Roma e che una sabbia
sottile ha misurato il destino di una torre
che le età del ferro hanno disfatto.
Devo pensare alle armi e alle fiamme
delle epopee e ai mari plumbei
che rosicchiano i pilastri della terra.
Devo fingere che ci sono gli altri. E’ falso.
Ci sei solo tu. Tu, mia ventura
e sventura, inesauribile e pura.


...

È l’amore. Dovrò nascondermi o fuggire.
Crescono le mura delle sue carceri, come in un incubo atroce.
La bella maschera è cambiata, ma come sempre è l’unica.
A cosa mi serviranno i miei talismani:
l’esercizio delle lettere, la vaga erudizione,
le gallerie della Biblioteca, le cose comuni,
le abitudini, la notte intemporale, il sapore del sonno?
Stare con te o non stare con te è la misura del mio tempo.
È, lo so, l’amore: l’ansia e il sollievo di sentire la tua voce,
l’attesa e la memoria, l’orrore di vivere nel tempo successivo.
È l’amore con le sue mitologie, con le sue piccole magie inutili.
C’è un angolo di strada dove non oso passare.
Il nome di una donna mi denuncia.
Mi fa male una donna in tutto il corpo.

...

C’è tanta solitudine in quell’oro.
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l’hanno colmata
di antico pianto. Guardala. È il tuo specchio.

...

Con cosa potrei trattenerti?
Ti offro strette vie, tramonti disperati, la luna dei sobborghi deturpati.
Ti offro l’amarezza di un uomo che ha fissato a lungo la luna solitaria.
Ti offro i miei ancestri, i miei morti, quei fantasmi che i vivi onorano nel bronzo: il padre di mio padre ucciso nella frontiera di Buenos Aires, due pallottole nei polmoni, barbuto e morto, avvolto dai suoi nella pelle di vacca; il nonno di mia madre – ventiquattro anni appena – a capo di una brig...ata di trecento uomini nel Perù, nient’altro che fantasmi, ora, su cavalli sfumati.
Ti offro qualche frase riuscita tra i miei libri, qualche cenno di virilità o di umore nella mia vita.
Ti offro la lealtà di un uomo che non è mai stato leale.
Ti offro il centro di me stesso, che in qualche modo sono riuscito a salvaguardare – il cuore meridiano che non usa parole, non traffica coi sogni, ancora inattaccato dal tempo, dalla tristezza, dalle avversità.
Ti offro il ricordo di una rosa gialla osservata al tramonto, prima che tu nascessi.
Ti offro spiegazioni su te stesso, teorie su te stesso, autentiche e sorprendenti notizie su te stesso.
Posso offrirti la mia solitudine, la mia penombra, la fame del mio cuore; sto cercando di comperarti con l’incertezza, il pericolo, la sconfitta.

(Borges)
 

giovedì 7 settembre 2017

Cicatrice

Cicatrice, Sara Mesa

"Sentire la mancanza di un istante è sentire la mancanza di ciò che eravamo un tempo"

Sonia ha ventidue anni, un lavoro noioso, monotono, assurdo, alienante "la vita fuori, che mai, mai entra lì dentro", una famiglia gabbia che le sta stretta, per sopravvivere al tedio delle ore in ufficio si iscrive a un forum letterario, "distrazione e gioco, un intrattenimento stimolante che le permette di prendere fiato e ampliare le dimensioni dell'ufficio", dove i membri discutono di libri e non solo, partecipa con curiosità a una loro cena, un'occasione insolita e divertente, che si rivelerà un'esperienza deludente, tempo perso.
E poi improvvisamente, quando sta per cancellarsi dal forum, le arriva un inaspettato messaggio da qualcuno che non conosce e non era presente alla cena, ma che ha sentito parlare di lei.
Un personaggio strambo, misterioso, un ladro per vocazione e un amante appassionato di libri, un autodidatta, solitario e individualista, di cui non conosceremo mai il nome reale ma soltanto i pensieri, le riflessioni, le manie, la logica delirante, la paranoia, l'incondizionata devozione, il perfezionismo implacabile, le piccole grandi ossessioni, i costosi e seducenti regali che inizialmente cullano l'ego, accarezzano la vanità e poi soffocano.
In cambio Knut Hamsun, questo il suo pseudonimo come lo scrittore norvegese collaborazionista, chiede soltanto presenza, dialogo, attenzione costante.
A poco a poco affiorano incomunicabilità, incomprensione, finzione, tutto diventa eccessivo e opprimente. Entrambi sono vittima e carnefice, prigioniero e carceriere dell'altro. Il computer diventa lo specchio deformante che riflette e amplifica fragilità, ansie, paure, fantasie.
Questo libro, un diario a due voci, descrive il rapporto altalenante, morboso, fuori da ogni logica tra Sonia e Knut, navigatori solitari in un oceano immenso di pixel, una rete gigantesca nella quale ci dibattiamo tutti per noia, curiosità, solitudine. Lo strambo, onnipresente, tenace, devoto, perverso Knut non è poi così lontano.
Uno stile scorrevole, diretto, cristallino, un'analisi lucida e graffiante di quando l'universo virtuale si intreccia indissolubilmente con quello reale, là dove i confini sono labili e indefiniti  l'immaginazione sfrenata cresce a dismisura e tutto diventa grottesco e imperfetto gioco delirante, ossessione pericolosa, dipendenza, una brutta cicatrice incisa sulla pelle e nell'anima.
Cicatrice, l'amore (?) ossessione tradotto ai tempi di internet.

"T'immagini Joyce o Kafka in un circolo dei lettori?"

" Sonia mette tutto in dubbio. Ci sono persone che accedono quotidianamente, a qualsiasi ora, e persone che non si vedono quasi mai; ce ne sono di loquaci e parche, prevedibili ed enigmatiche, aggressive e sottomesse, classiche e snob. Ci sono anche molte persone sole che cercano di sedurre, strane personalità che s'ingelosiscono, si offuscano, fanno pressioni e lottano per avere la leadership sul gruppo (...) Lei intuisce che i più enigmatici, gli anormali, gli eccentrici ed emarginati, quelli che in realtà risvegliano la sua curiosità, non si vedranno da quelle parti."

"Aveva una testa straordinaria. Non poteva fare altro che comportarsi così. Era fuori dal normale. E' quello che penso. Davvero quello che penso. Si comportava così perché aveva bisogno di uscire dalla volgarità. Pensa: nascere con quel cervello e non avere nient'altro che quello. Il tuo cervello e tutto intorno è volgarità. Non ti resta altro che rifiutare tutto, minarlo da dentro, distruggerlo. Rifiutava persino il suo nome, un nome normale, come quello che hanno, non so... milioni di persone? Si faceva chiamare in un altro modo, te l'ho detto?"

"No, non dovrebbe spaventarsi. Ogni parola ha il suo rovescio. Guarda dietro, le dice, e mi troverai lì ad aspettarti, mi troverai lì ad aspettarti, tremante e insicuro."

"Continuare. Nonostante tutto, continuare. Una spirale senza fine. Buchi, necessità, mancanze. Parole, etichette, scatole, prezzi. Salgono passeggeri. Tutto sempre in eccesso. L'Espansione. Filtrazione. Apparire in ogni spiraglio.
In quello che legge. In quello che scrive. In quello che indossa. In quello che pensa. La sua pretesa. E la finzione di sottomissione. Di accettazione. Di amore. Finge di leggere, finge di scrivere, finge di indossare, finge di pensare. Fingere Verdù. Fingere di volerlo vedere. Fingere che sia l'anima gemella. Fingersi madre. Fingersi figlia. Fingersi sorella. Fingere stupore. Fingere rabbia.
Una pioggerellina leggera sui finestrini.
Delle scarpe conservate in un armadio mezzo vuoto. Che non vuole mettersi. Che non può regalare. Che non può vendere. Che non vuole buttare. Che non vuole restituire.
Le gocce scivolano sul vetro (...)
Sai quello che diceva Proust a proposito della menzogna?
Glielo ha detto quella stessa mattina. Ed è bello. Ed è vero.
La menzogna è essenziale perché la verità è incomunicabile.
Ora piove con più intensità. Lei si farebbe forse uno o due bicchieri.
Non può, si dice.
Ma sì che può. Certo che può."

" In questo momento non penso che riuscirò a dimenticarti, ma l'oblio lavora da solo, come il passare del tempo. Sarà invece più difficile che tu ti dimentichi di me. Te ne accorgerai in futuro.
Se la morte non mi concede il desiderio di sparire nel modo più impersonale possibile, mi piacerebbe che il mio epitaffio fosse : "Voleva solo scappare."
Solo questo."

lunedì 28 agosto 2017

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L’hai amata, vero?
Lui sospirò.
“Come posso risponderti? Lei era matta” sorrise, perso in qualche ricordo.
Si passò una mano fra i capelli: “Dio, se era tutta matta. Ogni giorno mi svegliavo accanto a una donna diversa, una volta intraprendente, l’altra impacciata. Una volta esuberante, l’altra timida. Era mille donne, lei. Ma il profumo era sempre lo stesso, inconfondibile. Era quella la mia unica certezza. Era il profumo dei viaggi che doveva ancora fare, mi diceva.
Le chiedevo cosa volesse dire ma non me lo spiegava mai. Mi sorrideva e sapeva di fregarmi, con quel sorriso. Perché ti giuro che quando sorrideva io non capivo più nulla, amico. Non capivo più nulla. Non sapevo più parlare né pensare. Niente, zero. C’era all’improvviso solo lei.
Era matta” rise “tutta matta. A volte si perdeva a guardare un mappamondo o un quadro, ci volevano ore perché tornasse in sé. E quella sua mania di mettersi sempre i pantaloni… Non l’ho mai vista con una gonna, sai?
A volte di notte piangeva. Dicono che in quel caso le donne vogliono solo un abbraccio. Lei no. Lei si innervosiva a starmi vicino in quei momenti. Si vestiva e stava in giardino tutta la notte, e guai a raggiungerla. Mi ordinava di lasciarla sola. La sentivo piangere, ancora oggi sono convinto che parlasse con qualcuno, in quelle notti terribili.
C’era qualcosa in lei, amico mio. Non so che cosa, ma non era una ragazza normale. C’era qualcosa in lei, o c’erano altre ragazze in lei, ancora oggi non te lo so dire.
Non so dove si trova adesso ma scommetto che è ancora alla ricerca di sogni.
Era matta tutta matta
Ma l’ho amata da impazzire.


(C. Bukowski)