domenica 14 aprile 2019

La signorina Else

La signorina Else, Arthur Schnitzler
"È così bello il mondo se uno sa volare."
Un tormentato monologo interiore, critica feroce alla società austriaca del tempo e ai suoi valori in lento disfacimento.
Un flusso di coscienza lungo un giorno, un fiume in piena, i pensieri senza filtro della signorina Else, diciannovenne bella e altera, ci trascinano e portano via in una lettura appassionante e coinvolgente.
Else sta trascorrendo le vacanze estive con la zia e il cugino Paul sulle Alpi, a San Martino di Castrozza, sullo sfondo la vetta del Cimone, le montagne imponenti, i boschi e i prati sconfinati e quell'aria che sa di champagne.
Else è una giovane donna sola, terribilmente sola con i suoi pensieri irriverenti, le sue fantasticherie, non ha amici, non è mai stata innamorata.
Lei così fiera, incantevole, misteriosa.
Sogna in grande Else e nei suoi sogni a occhi aperti si perde e vola via lontano.
L'Europa, una villa in Riviera e una scalinata di marmo sul mare, dove sdraiarsi nuda, con i suoi cento, mille amanti o una fattoria in campagna, un marito, bambini forse, no meglio di no, non ha istinto materno. Scalare una vetta altissima, correre velocemente, camminare nella luce dell'alba, fare teatro, diventare un'attrice ma no, questo è impossibile, la sua famiglia è contraria, sposare un uomo facoltoso, moglie di o forse governante, centralista, che orrore. Lei suona il pianoforte, conosce le lingue, non si sente adatta a una tranquilla e soffocante vita borghese, non ha alcun talento artistico, ogni tanto fantastica sulla morte, un'idea seducente, liberatoria come brezza notturna che agita le tende.
Una lettera inviata dalla madre turba la quiete apparente delle sue vacanze, il padre in gravi difficoltà economiche ha bisogno urgentemente di trentamila fiorini, altrimenti rischia l'arresto, uno scandalo pubblico.
Nessuno dei parenti può più concedergli prestiti, Else dovrà chiederli a un uomo facoltoso, quel mercante d'arte, amico di famiglia di vecchia data, che fortunatamente alloggia nel suo stesso albergo.
In fondo per lei è una cosa da niente e potrebbe salvare la sua famiglia da uno scandalo travolgente.
Else riflette, rimugina, detesta con tutta se stessa quell'idea, non vuole, ma tutto dipende da lei, soltanto lei può salvare suo padre, evitandogli il carcere o forse peggio, deve assolutamente fare qualcosa.
Tra tutti il signor von Dorsday è l'ultimo uomo sulla faccia della terra da cui vorrebbe farsi prestare denaro, col suo monocolo, lo sguardo penetrante, elegante, nobile, antipatico, la guarda in modo ambiguo, inopportuno. Eppure non ha scelta, per il bene della sua famiglia deve avvicinarsi a quell'uomo viscido che detesta, quell'uomo subdolo che la sfiora, la desidera, la mangia con gli occhi.
Cosa sono in fondo trentamila fiorini per un uomo benestante?
Ma ogni cosa ha un prezzo, cara piccola bambina, ogni cosa e il tuo corpo, le tue magnifiche spalle, le gambe slanciate non possono lasciare indifferente un uomo solo, maturo, infelice.
In fondo è un patto equo. Vuole soltanto guardarti, una volta sola, bastano pochi minuti, nuda alla luce delle stelle o nella sua stanza confortante, la sua donna, la sua schiava, il suo oggetto del desiderio, nuda sul prato, in una folle danza sensuale.
Guardare ma non toccare, sia chiaro.
Cosa rispondere a questa proposta indecente? Quel nobile signore, quel farabutto meriterebbe uno schiaffo, meriterebbe di essere sfidato a duello e ucciso per la sua vergognosa impudenza.
Else rimane muta, sconvolta, angosciata, persa nei suoi tumultuosi e deliranti pensieri, nella sua insopportabile, tremenda vergogna.
Eccola seduta là fuori su una panchina nell'aria fresca della sera, le montagne e le stelle a farle compagnia, la solitudine del cuore e la natura sconfinata, la notte nera che protegge e nasconde. Else è inquieta, tormentata, vorrebbe rifiutare quella proposta oscena, quasi uno scherzo beffardo, ma sa che non può farlo, la sua famiglia conta su di lei, quella famiglia che l'ha venduta senza scrupoli in cambio di trentamila fiorini, una goccia nel mare del resto, tra qualche mese saranno di nuovo nei pasticci, quel padre avvocato famoso, quel padre truffatore, schiavo del gioco, quel padre dallo sguardo perso nel vuoto, che ora rischia la prigione o forse potrebbe uccidersi di fronte a tanto disonore, quel padre che lei ama disperatamente e odia perché le sta facendo questo.
Vorrebbe fuggire via lontano e non tornare mai più a casa, lontano da quella famiglia che non l'ha mai ascoltata, che non sa chi è lei, che vive di battute e risate che nascondono il vuoto, la paura, la solitudine profonda in cui stanno annegando tutti insieme, lontano da quei parenti meschini e superficiali, ipocriti e malevoli, da tutti coloro che non l'hanno mai compresa nella sua immensa, sconfinata solitudine.
E allora se tutto ha un prezzo tanto vale cedere alle lusinghe del signore Dorsday e lasciarsi ammirare da tutti.
In fondo è una ragazza bellissima, tutti devono guardare questa nuova Else, nata due volte, saggia, sfrontata, libera, senza pregiudizi o ipocrisie.
Eccola davanti allo specchio, occhi grandi, labbra rosse, così bella sotto il suo mantello nero, finalmente se stessa, enigmatica, irresistibile, il sogno proibito di ogni uomo, un grande spettacolo, conviene approfittarne, non durerà molto.
La signorina Else bella, disperata, seducente, ferita a morte, Else dagli occhi chiusi, la bambina di papà, così sola, dannatamente sola, Else che vuole dormire profondamente o forse sognare, Else che sa volare. Non svegliatela.

***
"Non c'è niente da consigliare. Parlerò con il signor Dorsday di Eperjes, gli spillerò quel denaro, io, l'altera, l'aristocratica, la marchesa, l'accattona, la figlia del truffatore. Come faccio? Come potrò riuscirci?"
"Sono sola, io, completamente sola. Nessuno può immaginare quanto sia straziante la mia solitudine."
"E forse gli altri non esistono affatto. Esistono telegrammi e alberghi e montagne e stazioni e boschi, ma non esistono esseri umani. Di essi sogniamo e basta."
"Vorrei che qualcuno mi baciasse sugli occhi, sulle labbra scarlatte."
"Siete stati voi, potrei dire poi, a spingermi a questo, se sono diventata così la colpa è vostra, di voi tutti, non solo del papà e della mamma. Anche Rudi e Fred sono colpevoli, e tutti quanti gli altri, perché nessuno si occupa mai di com'è fatta un'altra persona. Bacetti e carezze perché sei tanto bellina, un po' d'inquietudine quando hai la febbre, poi ti spediscono a scuola, e a casa ti fanno imparare il pianoforte e il francese, d'estate ti portano in campagna, per la tua festa ricevi qualche regalo e a tavola si parla del più e del meno. Ma di ciò che mi passa dentro, di ciò che si agita nel mio animo e mi fa paura, di questo vi siete mai preoccupati?"



martedì 26 marzo 2019

Il Dottor Gräsler medico termale

Il Dottor Gräsler medico termale, Arthur Schnitzler
Protagonista di questo romanzo breve pubblicato nel 1917 è il dottor Emil Gräsler, un uomo di mezza età, medico termale a Lanzorote nei mesi invernali e in una piccola cittadina tedesca in quelli estivi. Un uomo irresoluto, titubante, insicuro che tormentato dalla recente scomparsa della sorella, abbandona l'isola delle Canarie e fa rientro in patria.
Un uomo razionale, pratico, indeciso, che sente il peso degli anni trascorsi e della vecchiaia che avanza, un uomo profondamente solo che vorrebbe amare ma è frenato da mille dubbi, paure, pensieri pedanti e gretti.
L'amore, quasi una seconda giovinezza lambisce la sua esistenza noiosa scandita da monotoni impegni professionali. L'amore ha il volto di Sabine, la bella ragazza che abita nella casa nel bosco, forte, determinata, volitiva, che sa quello che vuole dalla vita e non teme di aprire il proprio cuore al pavido dottore. O quello di Katharina la giovane e seducente commessa che lo ama appassionatamente con semplicità e spontaneità, senza pretendere nulla in cambio, affascinata dai racconti dei suoi viaggi avventurosi in terre lontane come medico di bordo. E infine le sembianze di una giovane vedova che sa come consolare il suo cuore stanco e afflitto, una donna graziosa e spumeggiante.
Il dottore tentenna, riflette, sempre più indeciso e confuso, teme l'amore, detesta la solitudine opprimente, la sua vita irrisolta, sospesa sul nulla.
Riuscirà a trovare il suo lieto fine arrendendosi alle seduzioni dell'amore?
In questo romanzo breve con un tono leggero e ironico, non privo di introspezione psicologica, lo scrittore descrive alcuni mesi della vita irrisolta del medico termale, il suo egoismo che riflette l'ipocrisia e il vuoto dell'esistenza piccolo borghese.
Un uomo che vorrebbe cogliere gli ultimi fiori di un'estate che declina rapidamente in autunno, assaporando il tepore della brezza marina prima che i venti gelidi della vecchiaia e della solitudine cancellino per sempre il suo effimero e fragile sogno d'amore.
 
"Durante il viaggio di ritorno, allietato da un clima eccezionalmente piacevole, la mente del dottor Gräsler tornò spesso sulle parole con le quali il direttore lo aveva lasciato e il pomeriggio, sonnecchiando sulla comoda poltrona con il plaid a scacchi posato sulle gambe, di tanto in tanto gli compariva come in sogno l'immagine di una signora grassottella e di bell'aspetto che, con un volto di bambola e le guance colorite, si aggirava per la casa e il giardino con indosso un abito estivo bianco; una immagine che gli pareva familiare non tanto per averla vista nella realtà, quanto piuttosto in qualche libro illustrato o in qualche rivista per bambini. Ma quella creatura onirica aveva il misterioso potere di scacciare il fantasma della sorella morta, tanto che la sorella finiva per sembrargli scomparsa ormai da molto tempo e, in un certo senso, in modo più naturale di quanto non fosse accaduto nella realtà. Ovviamente c'erano anche altri momenti lucidi e carichi di ricordi nei quali riviveva il terribile avvenimento con l'insostenibile vivacità di un'esperienza reale."

 

 


lunedì 11 marzo 2019

La signora Berta Garlan

La signora Berta Garlan, Arthur Schnitzler
Berta è una giovane donna, vedova di un uomo che non ha mai amato per il quale nutriva soltanto affetto e riconoscenza, ha un bambino piccolo che adora, vive in una tranquilla città di provincia, lontana dalla caotica e multiforme Vienna.
La sua vita è scandita da una routine tranquilla, monotona e noiosa, le visite ai parenti, le lezioni di pianoforte che impartisce per vivere dignitosamente, le passeggiate al cimitero lungo la strada polverosa e assolata, anche se il dolore di un tempo è ormai svanito. Un'esistenza quieta e tranquilla la sua, ma a volte si sente pervasa da una strana insoddisfazione e inquietudine, dall'amarezza per i sogni giovanili infranti, costretta dalla famiglia ad abbandonare il conservatorio e gli studi di pianoforte e anche quel giovane ragazzo pieno di talento, Emil, divenuto poi un famoso violinista, che ha profondamente amato e di cui conserva gelosamente il ricordo di un bacio casto e appassionato.
La vita nella piccola città di provincia la soffoca, le banali chiacchiere vuote la stordiscono. Uno strano torpore la invade, il tempo che scorre lento e inesorabile, la malinconia per la propria vita invissuta, avvolta da una coltre grigia e opprimente.

Sarà proprio l'incontro con il suo amore perduto di gioventù a sconvolgere la monotonia dei suoi giorni, Berta scoprirà una parte di sé sconosciuta, si immergerà nella tumultuosa Vienna, rapita dalla passione e dal desiderio sensuale, quel desiderio sopito per anni e che ora emerge con forza.
Ma ben presto i suoi sogni si scontreranno con la dura realtà, il suo amore tenero e appassionato si rivelerà essere soltanto la passione fugace di una notte per un uomo che in realtà non conosce davvero, famoso violinista ma uomo piccolo e meschino.
Le sue vicende sentimentali si intrecceranno a quelle dei coniugi Rupius, la bella Anna, misteriosa e incantevole e lo sfortunato signor Rupius con i suoi grandi occhi malinconici, un uomo rimasto invalido, precocemente invecchiato sotto il peso della malattia e della solitudine.
In questo breve romanzo con una scrittura limpida e diretta lo scrittore mette in luce le contraddizioni e le ipocrisie della società piccolo borghese dei primi del novecento, il tumulto che agita il cuore di una donna onesta e sensibile, i suoi desideri irrealizzabili, i sogni sfioriti e infine la malinconica attesa, quieta, silenziosa e inesorabile di quello che non avverrà mai.
"Vorrebbe che qualcuno le sedesse adesso a fianco, tenendola stretta sotto braccio, vorrebbe provar di nuovo la sensazione d'allora, quando si era trovata con Emil sulla sponda del Danubio e i sensi quasi l'avevano abbandonata e aveva bramato ardentemente un figlio... Ah, perché è così sola, così povera, così perduta nel buio? Vorrebbe supplicare l'amato della sua giovinezza: baciami ancora una volta come allora, voglio essere felice!
Si è fatto buio, Berta fissa lo sguardo nella notte."
 
 

lunedì 4 marzo 2019

Doppio sogno


Doppio sogno, Arthur Schnitzler
"E nessun sogno è totalmente sogno."
Nella Vienna dei primi del 900 si muovono i protagonisti di questo intenso romanzo, dove il sogno diventa tremendamente reale e la realtà sfuma nel mondo onirico.
Sogno e realtà si intrecciano e confondono continuamente nel corso della narrazione, svelando le pulsioni più profonde dell'inconscio, desideri torbidi e oscuri, passioni segrete e misteriose.
Fridolin e Albertine sono una coppia giovane, affiatata e mondana, medico affermato lui, bellissima donna lei, una figlia che amano intensamente, una vita agiata e apparentemente serena. Ma sotto questa tranquillità si agitano pulsioni segrete e desideri inconfessabili.
Una sera dopo aver messo a letto la loro amata bambina riprendono la conversazione interrotta poco prima. Rievocando gli incontri della serata precedente, un ballo in maschera, due figure in domino rosso e un uomo ambiguo, si scambiano "domande innocue eppure insidiose, risposte maliziose e ambigue". Complici in questo gioco della verità, sottile, innocente e perverso, ben presto si raccontano episodi oscuri e segreti del recente passato, avvenuti durante l'ultima vacanza in Danimarca.
Albertine confesserà candidamente al marito l'attrazione irresistibile provata per un uomo sconosciuto, affascinante ed enigmatico, per cui avrebbe abbandonato su due piedi marito, figlia, tetto coniugale. E lo stesso Fridolin ammette di essere rimasto colpito dall'incontro in spiaggia con una ragazza quindicenne dai lunghi capelli biondi e dalla sguardo scintillante.
Fridolin rimane profondamente turbato dalla confessione della moglie, ben presto viene chiamato al capezzale di un paziente, esce di casa e si perde nella notte viennese.
Cova in lui uno strano risentimento, un oscuro desiderio di vendetta e rivalsa per il tradimento irreale desiderato dalla moglie.
È una notte calda, ventosa, la neve si sta sciogliendo, ben presto la notte lo inghiotte, notte di caffè, prostitute e vicoli bui, di uomini che esalano l'ultimo respiro.
Una notte di occasioni mancate, sfumate per un soffio, una notte di avventure inquietanti e seducenti, una notte irreale, quasi un sogno ad occhi aperti.
La confessione d'amore di Marianne, la figlia del paziente deceduto, uno studente ubriaco che risveglia le sue paure ancestrali, le lusinghe di Mizzi, giovane prostituta e infine l'incontro con Nachtigall un suo vecchio amico dei tempi universitari, pianista bizzarro e di talento. Sarà proprio quest'ultimo a introdurlo a una festa in costume segreta e misteriosa, dove lui suonerà bendato, a cui si accede con una parola d'ordine.
Danimarca, terra di confine tra sogno e realtà, desiderio e mistero.
Fridolin eccitato, col viso coperto da una maschera, riesce a entrare alla festa, dove uomini mascherati e bellissime donne nude ballano danze sensuali.
Ma ben presto verrà riconosciuto come intruso e minacciato di morte, riuscirà a salvarsi soltanto grazie all'intercessione di una donna dai lunghi capelli castani che si offrirà di riscattarlo, sacrificando se stessa in cambio della sua incolumità.
Ancora una volta il suo desiderio rimane inappagato, di nuovo vagabondo solitario nella notte torna finalmente a casa, rifugio rassicurante e sicuro, qui però lo attende lo sconvolgente e inquietante sogno di Albertine, che ghigna nel sonno e sorride, quasi irriconoscibile. Un sogno perverso di tradimento, sacrificio e passione sensuale.
Ancora una volta l'inconscio svela le pulsioni più profonde dell'io, quei desideri inconfessabili alla luce del sole che prendono vita al calar delle tenebre.
Chi è Albertine questa donna crudele, traditrici ed estranea? Fridolin sente che ormai li separa una distanza abissale, una "spada" tra nemici mortali.
L'indomani cerca di indagare sugli strani avvenimenti notturni, ma il suo amico è scomparso, gli viene perentoriamente intimato di desistere da ulteriori ricerche.
Vorrebbe vendicarsi della moglie conducendo la propria vita su due binari paralleli, da una parte medico stimato e padre devoto, dall'altro seduttore senza scrupoli ed è affascinato da questa idea, ma ancora una volta i suoi desideri restano inappagati, sfumando nel nulla.
Marianne pur amandolo segretamente è in partenza con il fidanzato, Mizzi si trova in ospedale e la misteriosa donna che gli ha salvato la vita, la Baronessa D. giace morta in obitorio e del suo corpo caldo e sensuale non vi è più alcuna traccia, su quel freddo tavolo giace "il pallido cadavere della notte passata, destinato a un'irrevocabile decomposizione."
Di nuovo a casa si sfogherà in un pianto consolatorio confessando alla moglie le indicibili avventure della notte appena trascorsa, di cui resta il fantasma della maschera sul cuscino, trovata dalla stessa Albertine.
La maschera diventa simbolo di alienazione ed estraneità al mondo.
Le reciproche confessioni delle avventure vere e sognate porteranno al superamento della crisi di coppia, i desideri svelati all'altro e portati alla luce dai meandri bui dell'inconscio resi innocui e inoffensivi.
La realtà sfuma in un universo spettrale e irreale, il sogno acquista spaventosa concretezza.
Gli occhi spalancati sull'inconscio e sulle sue pulsioni profonde e oscure.
La vita, sogno ad occhi aperti sull'abisso che si agita in noi.
"Cosa dovremmo fare, Albertine?"
Lei sorrise e dopo una breve pausa rispose: "Essere grati al destino, credo, per essere usciti indenni da tutte le avventure, da quelle vere e da quelle sognate."
 

 

 



domenica 3 marzo 2019

Lo straniero

Lo straniero, Albert Camus
Straniero alla vita, al mondo, a se stesso.
Apatico, disilluso, indifferente, anaffettivo, emotivamente vuoto, senz'anima, Meursault è un modesto impiegato che vive e lavora ad Algeri.
Nella prima parte del romanzo con una scrittura asciutta ed essenziale, seguiamo il susseguirsi lento e monotono delle sue giornate.
Partecipa al funerale della madre di cui non ricorda nemmeno l'età precisa, impassibile, distaccato, annoiato, infastidito dal caldo opprimente, ha fame, è stanco, desidera soltanto dormire, è finalmente sollevato quando tutto finisce.
L'incontro casuale con Marie, sua ex collega di lavoro, passione fisica, puro desiderio sensuale, non la ama ma potrebbe anche sposarla, per lui nulla è importante.
Il lavoro monotono, la mancanza di ambizione, l'amicizia con uomo ambiguo, il delitto in spiaggia, assurdo, senza senso, casuale.
Nella seconda parte in un'atmosfera kafkiana si svolge il suo processo, altrettanto assurdo quanto l'omicidio commesso. Viene processato perché ha ucciso un uomo o perché non ha pianto al funerale della madre e dunque è un mostro malvagio agli occhi di tutti?
Assiste impassibile, estraneo a tutto quello che gli accade intorno, stanco, distratto, a tratti infastidito rinuncia quasi a difendersi, si abitua alla sua nuova condizione di prigioniero, accetta con lucida calma la condanna, rifiuta l'effimera consolazione della religione e dell'amore. L'indifferenza di Meursault è la suprema, divina indifferenza del mondo, dove tutto è dominato dal caso, cieco, brutale, insensato.
 
Cosa mi resta dentro di questo libro sublime e immenso?
La sua prosa scarna, concisa, lucida, che disseziona i fatti nudi e crudi con la precisione chirurgica di un bisturi affilato, sbattendo contro il muro dell'indifferenza di Meursault, la cui interiorità rimane inaccessibile.
Straniero alla vita, al mondo, a se stesso. Apatico, disilluso, indifferente, senz'anima, emotivamente vuoto Meursault.
Quel deserto emozionale, quel vuoto sconvolgente, quella paralisi interiore, quel caldo opprimente che non dà tregua, quella luce bianca abbacinante, il blu del cielo e del mare, la sabbia rossa, riarsa, infuocata, asfodeli bianchissimi, una donna che ride felice nel suo vestito a righe, l'acqua salata che rinfresca, quegli abbracci tra le onde, il cielo immenso che si restringe e diventa il soffitto minuscolo di una prigione, un uomo che guarda fuori attraverso sbarre anguste, siamo noi siamo noi, il tempo che si dilata all'infinito e poi si riduce, che scorre lento e veloce, il tempo lungo e breve dove esistono soltanto ieri e domani, quelle sensazioni fisiche, concrete, materiche, quei bisogni primordiali istintivi, ebbrezza da vino, volute di fumo, terra rosso sangue, passione pura istintiva sensuale, una finestra aperta sul mondo, sul suo viavai frenetico, il chiacchiericcio vuoto, casuale con estranei, amici, improbabili vicini, un cane e un uomo dalla pelle spaccata piena di croste, che cercano di ammazzare la propria solitudine ringhiandosi addosso, la vecchiaia, tremenda malattia inguaribile, il signor Perez e il suo ultimo amore, il riverbero accecante del sole su una lama di coltello che diventa una spada, quel dolore lancinante, le vene che pulsano sulla fronte, il sole spietato, quei quattro colpi di rivoltella che spalancano l'abisso nero dell'infelicità e del non senso, quell'uomo di legge terrorizzato col suo crocifisso d'argento, rassicurante scudo contro il non senso della vita, l'assurdità di un processo kafkiano, farsa grottesca, burattinai togati e marionette dai fili recisi, un uomo senza lacrime, le grandi assenti ingiustificate, senso di colpa, assurdo e perverso, feroce solitudine, polvere e stanchezza, quella cella angusta nella quale ci troviamo rinchiusi, soli con i nostri pensieri, prigionieri in attesa trepidante e angosciosa dell'alba, luce del mattino o condanna a morte implacabile, le notti d'estate, i giorni nei quali smarrirsi fino a perdere il proprio nome, la sera che spegne il giorno in "una tregua malinconica", il caso, la tenera Indifferenza del mondo, dove nulla ha senso, le pietre e i muri che non riflettono un volto ma soltanto il vuoto, la paura, il respiro roco, affannoso, il destino comune di tutti i condannati a vivere o morire non importa, in fondo sono la stessa cosa e quel sole che stordisce e abbaglia gli occhi, l'amore e la religione effimere chimere prive di senso e quel vuoto assoluto nel quale dissolversi.
Un libro che si legge in poche ore, che scava voragini interiori e non si dimentica, un libro che conduce a profondità abissali e oscure, a strani pensieri inquieti e poi riemergi e hai voglia di toccare quel cielo blu sfumato di rosa, di nuotare tra quelle onde, di guardare oltre le sbarre della tua prigione, finalmente libero.
 
***
"Dopo un altro momento di silenzio ha mormorato che ero strano, che di sicuro mi amava proprio per questo ma forse un giorno le avrei fatto schifo per lo stesso motivo."
"Non mi ero reso conto di quanto i giorni potessero essere al tempo stesso lunghi e brevi. Lunghi da vivere, senza dubbio, ma così dilatati da finire per riversarsi gli uni negli altri. Sino a perdervi il proprio nome. Ieri e domani erano le uniche parole che conservassero un senso per me."
"No, non c'era via d'uscita, e nessuno può capire cosa sono le sere in prigione."
"Dall'oscurità della mia prigione mobile ho ritrovato a uno a uno, come dal fondo della mia stanchezza, tutti i suoni familiari di una città che amavo e di un'ora in cui mi capitava di sentirmi contento. Il richiamo degli strilloni nell'aria già distesa, gli ultimi uccelli nei giardini, il grido dei venditori di sandwich, il lamento dei tram sui tornanti della città alta e quel rumore del cielo prima che la notte si rovesci sul porto: tutto ciò ricomponeva per me un itinerario da cieco che mi era ben noto prima di entrare in prigione. Sì, era proprio l'ora in cui, tanto tempo fa, mi sentivo contento. Ad attendermi, all'epoca, era sempre un sonno leggero e senza sogni. E tuttavia qualcosa era cambiato, poiché, con l'attesa dell'indomani, quella che ho ritrovato è stata la mia cella. Come se i percorsi familiari tracciati nei cieli d'estate potessero portare tanto alle prigioni quanto ai sonni innocenti."
"La cosa importante era una possibilità di evasione, un balzo fuori dal rito implacabile, una folle corsa che offrisse tutte le possibilità della speranza. La speranza, ovviamente, era di essere abbattuti all'angolo della strada, in piena corsa, e con un colpo secco. Ma, a pensarci bene, non c'era niente che mi permettesse quel lusso, tutto me lo precludeva, la meccanica mi riagguantava."
"Mi sono accalorato un po'. Gli ho detto che era da mesi che guardavo quei muri. Non c'era cosa o persona che conoscessi meglio al mondo. Nei primi tempi, forse, vi avevo cercato un volto. Ma qual volto aveva il colore del sole e la fiamma del desiderio: era quello di Marie. L'avevo cercato inutilmente. Ora avevo smesso. E in ogni caso non avevo visto emergere niente da quel sudore di pietra."
Ma lui mi ha interrotto, voleva sapere come vedessi quell'altra vita. Allora gli ho gridato: "Come una vita in cui potessi ricordarmi di questa," e subito ho aggiunto che ne avevo abbastanza.
(...) Allora, non so perché, dentro di me è scoppiato qualcosa. Ho cominciato a gridare a squarciagola e l'ho insultato e gli ho detto di non pregare. L'avevo preso per il bavero della tonaca. Gli rovesciavo addosso tutto quello che avevo nel cuore, conati in cui si mischiavano gioia e collera. Sembrava così sicuro vero? Eppure nessuna delle sue certezze valeva un capello di donna. Non era neanche sicuro di essere vivo, perché viveva come un morto. Certo, io sembravo a mani vuote. Ma ero sicuro di me, sicuro di tutto, più sicuro di lui, sicuro della mia vita e della morte che mi aspettava. Sì, non avevo altro. Ma almeno possedevo quella verità quanto lei possedeva me. Avevo avuto ragione, avevo ancora ragione, avevo sempre ragione. Avevo vissuto in un modo e avrei potuto vivere in un altro. Avevo fatto questo e non avevo fatto quello. Non avevo fatto quella cosa ma avevo fatto quest'altra. E dopo? Era come se avessi aspettato per tutta la vita quel minuto e quell'alba che mi avrebbero giustificato. Niente, assolutamente niente aveva importanza, e sapevo bene perché. Anche lui sapeva perché.
Dal fondo del mio futuro, per tutta la vita assurda che avevo condotto, un soffio oscuro mi veniva incontro attraverso anni non ancora nati, e quel soffio livellava al suo passaggio tutto ciò che mi veniva offerto negli anni non più reali che vivevo.
Che m'importava della morte degli altri, dell'amore di una madre, che m'importava del suo Dio, delle vite che si scelgono, dei destini che si eleggono, se poi era un unico destino a eleggere me e con me miliardi di privilegiati che, come lui, si dicevano miei fratelli? Capiva, lo capiva adesso?Tutti erano privilegiati. C'erano solo privilegiati. Un giorno anche gli altri sarebbero stati condannati. Anche lui sarebbe stato condannato. Che importava se, accusato di omicidio, sarebbe stato giustiziato per non aver pianto al funerale della madre?"
"Andato via lui, ho ritrovato la calma. Ero sfinito e mi sono gettato sulla branda. Credo di aver dormito, perché mi sono svegliato con le stelle sul viso. Rumori di campagna salivano fino a me. Odori di notte, di terra e di sale mi rinfrescavano le tempie. La meravigliosa pace di quell'estate dormiente entrava in me come una marea. A quel punto, e sul limitare della notte, si è levato un urlo di sirene. Annunciavano partenze per un mondo che adesso mi era indifferente per sempre. Per la prima volta dopo tanto tempo ho pensato a mamma. Ho creduto di capire come mai alla fine di una vita si fosse presa un fidanzato, come mai avesse giocato a ricominciare. Laggiù, anche laggiù, intorno a quell'ospizio dove delle vite andavano spegnendosi, la sera era come una tregua malinconica. Lì, così vicino alla morte, mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch'io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Quasi che quella grande rabbia mi avesse purgato dal male, svuotato della speranza, di fronte a quella notte carica di segni e di stelle mi aprivo per la prima volta alla tenera indifferenza del mondo. Nel riconoscerlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito di esser stato felice, di esserlo ancora. Perché tutto fosse consumato, perché mi sentissi meno solo, dovevo solo augurarmi che ci fossero molti spettatori il giorno della mia esecuzione, e che mi accogliessero con grida di odio."

 

 


lunedì 25 febbraio 2019

Il ramo spezzato

Il ramo spezzato, Karen Green
"È dura ricordare le cose tenere con tenerezza."
A volte capita che un ramo che sfiorava quasi il cielo si spezzi improvvisamente.
Esattamente dieci anni fa moriva David Foster Wallace, scrittore geniale, tormentato dai propri demoni. Karen Green è un'artista, una scrittrice eclettica, sua moglie.
In questo libro, un diario privato di frammenti poetici, collage di immagini, francobolli sbiaditi, rovinati o dai colori accesi, pagine bianche come urli muti, rompe il silenzio e prova a raccontare a suo modo l'assenza lacerante, lo smarrimento, il senso di vuoto, il dolore, la rabbia improvvisa, violenta, tutto quello che si prova dopo la perdita della persona amata, il non avere più tra le braccia quel corpo "che era il mio corpo da amare e da guardare".
Una storia che procede per lampi, frammenti di pura, abbagliante poesia, strappi, flash improvvisi di luce accecante e buio denso, raccontata da chi è sopravvissuto.
Una prosa poetica concreta, materica, fatta di oggetti desolati rimasti spaiati in quella casa vuota, il pavimento di sughero, la moquette sbiadita, un cuscino, un tubo azzurro, corvi cattivi consiglieri "bùttatibùttatibùttati", un giardino di rose e garofani, carote piccole come stuzzicadenti, semi e radici, pigne, conchiglie, i due cani, scarpe da tennis, calzettoni di spugna, lavandini gemelli, pillole colorate, travi di legno, un deodorante da usare con parsimonia, una scatola argentata di ceneri dense.
Un inventario dettagliato, improbabile collegamento tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Non viene mai fatto il nome dello scrittore "che profumava di vicinanza alla divinità" come ammette candidamente Karen, ma ci sono numerosi riferimenti concreti al suo suicidio, dettagli nitidi, intimi, laceranti.
Attraverso flashback improvvisi riemergono dal passato ricordi teneri, lo strofinarsi le pance una contro l'altra, gesto quotidiano di una tenerezza disarmante, il senso di colpa per non aver capito "lui ha detto: sto invecchiando morirò ho le mascelle cascanti, e io ho riso".
La confusione, lo stordirsi di pillole, l'avere i suoi stessi sintomi, chiedere aiuto al suo medico, che con brutale franchezza la sorprende "il dottore dice che se fossi stato così tra virgolette perfetto per me, probabilmente saresti ancora qui, non per offenderla eh".
Farsi ricoverare nella stessa clinica dove lui non voleva tornare perché aveva paura.
La rabbia "lo voglio incazzato coi politici, a disagio, non lo voglio in pace."
La cattiveria gratuita delle persone che sentono il dovere di ricordarle via email che "nessuno la conosceva prima che suo marito si togliesse la vita".
I consigli per provare a sopravvivere, la chiesa, un nuovo elettrodomestico, uscire di casa, una vecchia polaroid con foto di baci, lui che è ovunque, fulmini al faro, diretti da chi?
I genitori di lui, desideri struggenti e impossibili "vorrei sbattere forte queste due persone minute una contro l'altra e vedere se una collisione di DNA mi restituirà la mia vita."
Le domande senza risposta. "Sarà davvero con dio"? Rigorosamente minuscolo.
("E quando ha ceduto, è stata la fine o l'inizio della sofferenza?")
E poi quei frammenti privati, sconvolgenti.
La cena sul fornello intatta, i cani che aspettano la consueta passeggiata, quel rumore di ossa spezzate, un poliziotto solerte che chiede "perché l'ha tirato giù?"
Karen vaga stordita dai farmaci tra deliranti visioni, allucinazioni, voci e sogni incerti, ogni tanto si ficca in bocca una delle sue vecchie pillole blu quando il dolore sale e sommerge tutto.
 "La medusa del lutto" rimane aggrappata tenace con i suoi tentacoli al cuore vuoto.
Una confessione dura, dolorosa, faticosa.
Un libro di splendida prosa poetica, dal ritmo frantumato, spezzato.
L'ascia per il mare ghiacciato dentro di noi.
L'ho letto in apnea, trattenendo il respiro, non è stata una lettura semplice a livello emotivo, ha riaperto vecchie ferite, mi ha fatto male come un pugno in pieno viso, in alcuni punti sentivo gli occhi bruciare e la gola serrata. Spesso mi fermavo, dovevo riemergere in superficie per qualche istante.
I numerosi spazi bianchi che intervallano i frammenti poetici come appiglio per non affondare, una tregua precaria momentanea, o forse la misura tangibile del vuoto e dell'assenza.
Un diario intimo sulla perdita, sulla morte della persona amata, su come i superstiti cercano di resistere e sopravvivere. Lo stordimento iniziale, i consigli pratici degli amici, la rabbia che sale come una marea furiosa, il senso di colpa, l'elaborazione del lutto, un percorso tortuoso e accidentato e infine il perdono.
Ci sono passaggi intensi, toccanti, talmente personali da lasciare senza fiato, mi sentivo un'intrusa nel leggerli, con quel dolore nudo lì davanti agli occhi, quelle travi, quella stanza, quel poliziotto.
Eppure sentivo che in qualche modo quel dolore mi apparteneva, era anche il mio.
Ho dovuto fare delle pause durante la lettura, quelle pagine bianche ad assorbire tutto lo strazio.
Ho letto questo libro molti mesi dopo averlo acquistato in libreria. Sepolto in fondo all'armadio, mi terrorizzava, in modo assurdo e irrazionale pensavo "questo libro mi farà del male, non voglio leggerlo."
Ho aspettato a lungo, l'ho aperto qualche giorno fa, stavo tirando fuori vecchie cianfrusaglie natalizie, lucette ingarbugliate e sul fondo dello scatolone un foglietto bianco con scritta nera che illustrava il contenuto dello stesso, utilissimo, conoscendo il mio confusionario disordine.
Quella grafia precisa e tranquilla, un pensiero improvviso, una strana sensazione e d'impulso ho lasciato lì tutto per aria, ho preso il libro e ho iniziato a leggere senza fiato.
Letto e riletto più volte, me lo portavo dappertutto come un amuleto, ce l'ho ancora adesso sul comodino, non voglio separarmene, mi appartiene.
"Le frasi sono state evidenziate solo per demolirmi quando le trovo. Le troverò per anni. Cadono dagli scaffali della libreria, svolazzano giù da chissà dove, arrivano con i pacchi postali. Me le ficco in tasca e continuo a pulire."
Frasi o un biglietto sepolto in garage, annotazioni sbiadite sparse tra libri polverosi.
Ho pensato al mio dolore, alla mia assenza, al mio vuoto. Succede proprio così, quell'incredulità nebbiosa, il senso di colpa, potevo fare di più? No, non potevi smettila di tormentarti, la rabbia furiosa, cucita addosso se soltanto qualcuno pronunciava quel nome, evocando cose che io avevo chiuso a chiave in un armadio irreale, perché ricordare faceva troppo male, non so come ma per mesi ho tenuto tutto chiuso in quell'armadio per sopravvivere, per andare avanti, affrontando un giorno dopo l'altro. Niente pillole, ma un lungo sonno e chiusura in me stessa, tagliando fuori il mondo intero.
Silenzio e solitudine per venirne fuori. (Ma se ne viene poi fuori?)
In particolare mi hanno colpito due frasi di questo libro, così vere, così intense, così mie.
Karen ha ragione quando scrive "è dura ricordare le cose tenere con tenerezza", soprattutto i primi tempi è quasi impossibile ricordare con tenerezza, i momenti belli spensierati felici sono coperti da rabbia, tanta rabbia e tristezza nera, è doloroso ricordare quella tenerezza che ora non c'è più, svanita chissà dove nell'aria.
E l'altra, un'immagine nitida che emerge chiaramente staccandosi da tutto il resto, quando rivolgendosi al cane che non vuole dormire con lei, gli sussurra nell'orecchio di velluto "tanto non torna."
Tre semplici parole, pesanti come macigni. Possiamo illuderci, stordirci, fingere che non sia successo, non pensare mai al passato o chiuderlo in un armadio ideale, ma arriva un momento preciso in cui ti rendi conto con lucidità che tanto non torna.
Per capire, assimilare tutto questo, ci vogliono mesi, anni e forse non si razionalizza mai completamente.
Per fare pace con quel passato, per provare ad aprire quell'armadio dove hai ammassato alla rinfusa tutti i tuoi ricordi, le tue emozioni, per provare a perdonare e a perdonarti, per ammettere stancamente "ma certo che te ne dovevi andare", quanta fatica costa, quanta forza ci vuole, quanto coraggio, quanto dolore per lasciare andare.
Non è una lettura facile questa, né semplice né dilettevole, ho dovuto combattere con i miei fantasmi, guardarli di nuovo in faccia e forse in questo commento sono andata ben oltre il libro stesso, ma avevo bisogno di mettere nero su bianco queste emozioni ancora oggi aggrovigliate e confuse.
Questo libro è una poesia purissima e lacerante, da leggere quando hai fatto pace con i tuoi demoni.
Imperdonabile assenza, vuoto abissale, perdita irrimediabile, i ricordi teneri e belli, briciole d'eterno da custodire gelosamente, per sempre parte di noi, provare ad andare avanti ammaccati, sopravvivere, forse vivere perdonando-perdonandosi.
Quando il ramo si spezza con un tonfo sordo, il cielo si capovolge e il nido resta vuoto.
 
***
"Nella parte della malattia di nella salute e nella malattia non siamo affatto morti di noia nella luce verde sedano della nostra stanza col soffitto aperto e le travi cremose che fermati qui si collegano alle travi esterne sulle quali sono sbocciate le rose fermati qui e dove hai pensato a me o forse hai chiamato il mio nome oppure hai chiamato mamma oppure hai chiamato l'impulso sbagliato o casuale."
"Piume che cadono dal cielo come talco, pentole di ferro battuto che fumano poesie sul soffitto della cucina, tu svanisci lentamente dalla cena finché sulla tua sedia resta una camicia bianca immacolata. Mi fai ciao mestamente da ogni finestra. Rinasci nella neve come un animale innocente, ora felice. Sei una macchia di petrolio sull'oceano, ma vista da un aereo la catastrofe ha uno splendore barocco. Ieri notte hai attraversato in macchina tre Stati con una persona che conoscevi appena, raccontando la verità dal sedile del passeggero, col finestrino mezzo abbassato."
"Ho pochi desideri e ancor meno ambizioni. Sogno di starmene sulla riva del mare e non vedere le pieghe delle sue orecchie in ogni conchiglia."
" Voliamo via dal mondo, no, come angeliche schegge di proiettile, ma allora perché quaggiù è tutto così pesante?"
"Almeno adesso è
lo voglio incazzato con i politici, a disagio, che cerca di manipolarmi per ottenere favori che gli farei comunque. Lo voglio che cerca gli occhiali, che tenta di non venire, che fa - parola orrenda- del diarismo, con un pezzetto di spinaci incastrato fra il canino e la gengiva, che mi rimprovera per la logorrea, o perché non sto zitta. Non lo voglio in pace."
"Quello marrone ancora non vuole dormire con me anche se gli sollevo l'orecchio di velluto e gli dico: Guarda che non torna. Mi sembra sempre che dire che è morto significhi fargliela passare liscia per qualcosa."
"L'anno scorso ho dipinto la nostra porta di rosso in onore del Giorno dell'Indipendenza, in onore di un ritorno a casa. Sono contento di essere vivo, hai detto, sono contento di essere a casa. Questa è un'immagine abbastanza facile da visualizzare: scalciare via le pigne dal vialetto tortuoso, il colore vivido delle macchie sulle mie scarpe, noi quando abbiamo aperto la porta."
"Potrei amare un altro viso, ma perché?"
"Nessuno ride alle mie battute forte come te."
"Io è deperibile, non posso è deperibile, aiutarti è deperibile, le radici sono deperibili.
Questa cosa non la so concludere."

 

 


domenica 3 febbraio 2019

Chesil Beach

Chesil Beach, Ian McEwan
La brezza leggera soffia dal mare diffondendo nell'aria un profumo salmastro, le onde si infrangono dolcemente sulla riva e tra i ciottoli levigati che affollano la spiaggia di Chesil Beach nella contea del Dorset.
In questo scenario romantico, in un tranquillo albergo di stampo vittoriano, in una tiepida serata estiva di luglio, due sposini stanno trascorrendo la loro luna di miele, cenano nella stanza affacciata sul mare, in attesa trepidante della loro prima notte di nozze.
Florence ed Edward sono giovani, ventidue anni appena, entrambi vergini, freschi di studi e innamorati, si tengono la mano sussurrandosi reciprocamente tenere frasi d'amore.
Lei è una talentuosa violinista, la musica è la sua passione più grande, lui neolaureato in storia sogna di scrivere libri su personaggi storici poco noti.
Sono entrambi timidi, insicuri, goffi, spaventati da quello che sta per accadere.
Edward teme la propria irruenza, quel desiderio represso per mesi in paziente attesa di un rapido contatto fugace, Florence è terrorizzata, prova un senso di nausea, un malcelato disgusto fisico, si sente colpevole e piena di vergogna.
Vorrebbe parlare di questo con suo marito ma come affrontare un simile discorso?
Come tradurre a parole sensazioni inspiegabili che nemmeno lei riesce a comprendere razionalmente?
I minuti passano lentamente, ciascuno serba nel cuore i propri oscuri pensieri, fingendo che vada tutto bene. Attraverso numerosi flashback disseminati nel corso della narrazione, lo scrittore ci mostra il loro primo incontro avvenuto in modo del tutto casuale, la nascita del sentimento amoroso, i momenti di tenera felicità, il loro universo familiare.
Florence proviene da una famiglia colta e agiata, abita in una casa elegante, sobria, ordinata, una madre intellettuale, nervosa e anaffettiva, un padre uomo d'affari, che le fa scoprire il mondo. La famiglia di Edward è al contrario modesta, disordinata e caotica, la madre è mentalmente fragile e il padre deve farsi carico della routine domestica quotidiana.
In questo breve romanzo attraverso una scrittura limpida e descrittiva lo scrittore indaga la psicologia complessa dei suoi personaggi, ci fa entrare in punta di piedi nella loro stanza da letto senza alcun voyeurismo. Eccoli sull'enorme letto a baldacchino, con la candida coperta ben tesa, impacciati, goffi, imbarazzati, chiusi in un silenzio raggelante.
Il tempo sembra essersi cristallizzato in un eterno immobile presente, in gesti incerti, inceppati come una cerniera azzurra.
Florence casta e pudica, Edward inesperto e insicuro, entrambi vittime di una educazione repressiva, inesperienza e feroce timidezza, eppure nel passato di Florence aleggia qualcosa di indicibile e oscuro, appena accennato tra le righe che forse spiegherebbe il suo totale rifiuto fisico e psicologico dell'atto sessuale.
Siamo nei primi anni sessanta, non ancora soffia il vento ribelle della rivoluzione culturale e sessuale che sarebbe avvenuta di lì a poco, i protagonisti di questo romanzo sono chiusi nelle proprie paure, tra loro vi è una profonda e nociva incomunicabilità, un muro di silenzio impenetrabile.
Alla fine accade qualcosa... Sulla spiaggia accarezzata da placide onde i due sfogheranno finalmente i loro pensieri più autentici, liberi sfrontati rabbiosi, privi delle loro maschere educate e riservate, capiranno che a volte l'amore non basta.
Poi il tempo farà il suo corso, le onde continueranno a levigare i ciottoli sfavillanti nella debole luce del sole morente, rimarrà soltanto la nostalgica malinconia di quello che poteva essere e non è stato tra la ragazza con il nastro tra i capelli e un fiore di tarassaco all'occhiello e il timido studioso di storia, due ragazzi pieni di sogni e speranze, così ingenui, puri, indifesi, terribilmente giovani.
 
"La sua voglia straziante cresceva ai limiti del tollerabile, e Edward era spaventato dalla propria furia impaziente e dalle parole o azioni rabbiose che avrebbe potuto produrre, mettendo fine all'intera serata. L'amava, certo, ma avrebbe voluto scuoterla forte, svegliarla a schiaffi e stanarla da quella rigida compostezza da musicista, dalle sue buone maniere da brava ragazza di North Oxford, e mostrarle l'assoluta semplicità della cosa: che avevano a disposizione sconfinati orizzonti di libertà sessuale; e bastava saperla cogliere, perfino con la benedizione della Chiesa. Con il mio corpo ti onoro. Una libertà oscena, gioiosa, nuda, che nella sua fantasia si ergeva come un'immensa cattedrale spaziosa, magari in rovina, magari scoperchiata, spalancata verso la volta del cielo, nella quale lui e lei sarebbero ascesi in assenza di peso verso un poderoso abbraccio per perdersi, per annegare in ondate di purissima estasi dimentiche di tutto. Era talmente semplice! Come mai non vi si trovavano già, e invece stavano ancora seduti lì, intrappolati da tutte le cose che non sapevano dire, o che non osavano fare?"
"Ecco come il corso di tutta una vita può dipendere...dal non fare qualcosa."
 Colonna sonora: Quintetto in re maggiore (k 593) Mozart